Gennaio 31st, 2010 by Carlo Lazzeroni
Basta andare un pò in giro per la nostra splendida città per rendersi conto di come l’incuria a cui è stata ed è tutt’oggi sottoposta trovi un chiaro esempio nello stato di salute delle proprie strade e dei propri marciapiedi. E’ infatti pratica quotidiana percorrere strade piene di buche e avallamenti che rischiano seriamente di mettere in pericolo l’incolumità di chi vi passa, specialmente se si tratta di ciclisti e motociclisti (Via Pietrasantina e Via Bonanno, solo per citare due esempi, continuano a gridare vendetta); allo stesso modo se si cammina nei marciapiedi, quando naturalmente questi esistano, anche se sono relativamente nuovi, spesso hanno mattonelle non fissate a dovere per cui diventa una vera impresa percorrerli, specialmente per i più anziani (per non parlare di quando piove e sia normale bagnarsi i piedi perchè non hanno mattonelle o pieter ben saldate al pavimento). Siccome spesso i lavori vengono effettuati, viene il forte dubbio di come questi città si facciano: probabilmente manca il dovuto controllo nei confronti delle ditte affinchè lo facciano a regola d’arte. Se questa città vuole migliorare veramente investa di più in queste cose perchè lo slogan di “città a misura di bambino”, direi che non è sufficiente: basta averne uno piccolo e girare in carrozzina per capire quanto Pisa sia piena di barriere per i soggetti più deboli, donne con bambini, cicilisti o portatori di handicap che siano.
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Gennaio 26th, 2010 by admin
Shoah / Giorno della Memoria
 “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome sia portato ai popoli: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti, nel corso della storia, li hanno fatti soffrire, essi che sono tuoi figli, e domandandotene perdono, vogliamo impegnarci a vivere una fraternità autentica con il popolo dell’Alleanza”.
Giovanni Paolo II - Muro del Pianto - Gerusalemme - 26 marzo 2000

“Il passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secol o un’epoca davvero tragica per l’umanità: guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo. Come dissi nella visita del 28 maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz, ancora profondamente impressa nella mia memoria, “i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità” e, in fondo, “con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno”.
Benedetto XVI - Sinagoga di Roma - 17 Gennaio 2010
Tragedie e aiuti
“Troppo spesso, una volta arrivati sul luogo di un disastro, si pensa subito a mettere un grande manifesto con lo stemma della propria organizzazione, a fare bella figura davanti alle telecamere, piuttosto che mettersi a lavorare per portare soccorso a chi ha bisogno”.
Guido Bertolaso
Spot elettorali
“Mi auguro che la prossima amministrazione sia all’altezza di questa, che ha dato così buoni risultati”.
Silvio Berlusconi rivolto a Claudio Martini - Governatore della Toscana - Conferenza stampa - Roma
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Gennaio 23rd, 2010 by admin

Qualche giorno fa Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute, è intervenuta con questa lettera al Corriere su un argomento, sicuramente molto delicato, come l’eugenetica e la diagnosi preimpianto a commento di una sentenza di qualche giorno prima, che potrebbe aprire un futuro di pericolose ambiguità.
Caro direttore, la sentenza di Salerno ha riaperto il dibattito sull’ eugenetica e la diagnosi preimpianto. Una coppia portatrice di una gravissima malattia genetica ha un bimbo sano, e vorrebbe averne un altro. Perché negare loro la possibilità di selezionare gli embrioni, in modo da avere la certezza che questo secondo figlio sia in buona salute? Isabella Bossi Fedrigotti, nel suo articolo di ieri, approva la decisione della magistratura e mi accusa, sia pure garbatamente, di intransigenza. La legge 40, come è noto, parla di «procreazione medicalmente assistita», indicando già nel titolo lo scopo per cui è nata: dare alle coppie infertili, cioè a chi non riesce a concepire per vie naturali, la stessa opportunità che hanno quelle fertili. Si accede alle tecniche di laboratorio, insomma, per avere la possibilità di avere un figlio, non per sceglierlo: esattamente come avviene nella procreazione naturale. La legge è stata votata da una maggioranza di laici e cattolici, dopo anni di dibattiti e riflessioni. Le accuse però sono rivolte quasi sempre ai cattolici, che sarebbero poco inclini alla compassione. Eppure sono i cattolici, nella storia, che hanno esercitato e diffuso la carità, l’ amore gratuito, l’ accoglienza, l’ idea che ciascun essere umano è, malato o sano, disabile o no, una persona. Da questa cultura sono nate istituzioni come il Cottolengo, quando verso i disabili c’ era rifiuto e orrore. La diagnosi preimpianto non è una terapia, ma una pura forma di selezione genetica, spesso su semplice base probabilistica. In Inghilterra, per esempio, si possono eliminare embrioni che hanno la probabilità (non la certezza) di sviluppare in età avanzata un tumore, o persino un tasso di colesterolo troppo alto. Per attuare una selezione efficace bisogna produrre dieci, venti embrioni o anche più, di cui solo uno o due sono destinati a svilupparsi. Gli altri saranno scartati (anche se perfettamente sani) e conservati sotto azoto liquido, in una surreale e inquietante condizione di vita sospesa. Tutti sappiamo quanto il desiderio di maternità e paternità sia profondo, vitale e insopprimibile. Ma si può realizzare anche senza ricorrere a queste tecniche: chi vuole crescere un bimbo, avere il bene di amarlo e accudirlo, lo può fare in molti modi, tra cui vorrei segnalare l’ affido, che come ministero del Welfare abbiamo fortemente promosso. Nonostante i buoni risultati conseguiti, ancora oggi non è facile dare una casa a un bambino che ha difficoltà, o che ha solo bisogno di calore familiare. Eppure offrire accoglienza e protezione a un bimbo che non può averli dalla famiglia d’ origine, è un gesto appagante quanto una maternità naturale, e quel bimbo è un figlio come gli altri. Se non ricordiamo questo, rischiamo di reintrodurre la retorica ottocentesca del legame di sangue, e di affermare che esiste un unico modo di essere genitori. Il desiderio di maternità non può trasformarsi in diritto, e in particolare in diritto al figlio sano. Un essere umano non può essere il diritto di qualcun altro, la proiezione di aspettative altrui, ed essere genitori insegna a confrontarsi anche duramente con la consapevolezza che un figlio è altro da sé. Un ultimo punto: le leggi, in un paese democratico, le fanno i parlamentari eletti dal popolo. In questo modo i cittadini possono esprimere la propria disapprovazione attraverso il voto, o intervenire grazie a strumenti correttivi come il referendum. La magistratura non ha il compito di modificare o stravolgere le leggi, e disattendere questo principio fondamentale mi sembra assai pericoloso.
Eugenia Roccella - sottosegretario al ministero della Salute
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Gennaio 17th, 2010 by admin
A dieci anni dalla scomparsa del discusso leader socialista, questo articolo di Rocco Buttiglione apparso su Liberal, mi pare un contributo interessante al dibattito di questi giorni e all’esigenza di una verità storica la più possibile libera da pregiudizi e odi politici.
“Chi era veramente Bettino Craxi? Un ladro di pubblico denaro come dicono i suoi avversari e come risulta anche da una sentenza passata in giudicato oppure un grande uomo politico abbattuto da una vile congiura dei suoi nemici? Forse né l’una né l’altra cosa. Bettino Craxi è un uomo politico italiano che ha concepito un grande disegno ed è giunto assai vicino a realizzarlo. Era il disegno di una sinistra riformista, moderna, europea, capace di competere con la Democrazia cristiana per il governo del paese realizzando in tal modo anche in Italia un sistema politico di tipo europeo. Craxi, d’altro canto, non fu certo scrupoloso nella scelta dei mezzi per realizzare questo disegno e ciò lo espose ad accuse e critiche giustificate. È però necessario non dimenticare che i mezzi utilizzati da Craxi erano quelli con i quali si faceva politica nel tempo suo e che molti di quelli che lo hanno accusato portano sulla loro coscienza pesi più gravi senza nemmeno un grande disegno per il bene del paese a giustificarli.
Craxi portò i socialisti dentro una alleanza competitiva con i democristiani. Egli riteneva che socialisti e democristiani dovessero essere alternativi, come negli altri paesi europei. In Italia questo non era possibile perché una gran parte dell’elettorato di sinistra era congelata nelle mani dei comunisti e resa quindi incapace di governare. I socialisti, allora, non avevano alternativa alla scelta di alleanza con il partito democristiano; dovevano però stare in questa alleanza rendendo visibile la loro continua tensione a rappresentare le ragioni di tutta la sinistra e a creare le condizioni per rimandare la Dc all’opposizione e per arrivare ad un governo della sinistra. Questo implicava naturalmente una lotta su due fronti: contro la Dc e contro i comunisti. Si trattava di introdurre uno scontro per la conquista della egemonia sulla sinistra. Non era soltanto uno scontro con il Partito comunista. Era anche uno scontro con il massimalismo e con l’azionismo che hanno segnato la storia di tutta la sinistra italiana. I socialisti sono sempre stati massimalisti. Il massimalismo è un modo di pensare la politica prima di tutto come espressione e rivendicazione. Bisogna portare in Parlamento i dolori la rabbia, le rivendicazioni del popolo lavoratore. Bisogna fare in modo che esso si senta adeguatamente espresso dai suoi rappresentanti. Il riformismo è un’altra cultura politica: vuole parlare al cuore del popolo ma vuole soprattutto trovare soluzioni che migliori effettivamente le condizioni di vita delle classi lavoratrici. La ricerca della soluzione prevale sulla preoccupazione di esprimere il cuore del popolo. L’altro avversario di Craxi nella sinistra era l’azionismo. Indichiamo con la parola azionismo l’idea che comunismo e liberaldemocrazia dovessero essere superati in una sintesi più ampia e che questa sintesi dovesse realizzarsi in Italia. Nella visione di Craxi non c’era nessuna sintesi superiore, c’era il fatto che i comunisti avevano torto e i socialisti avevano ragione e che quindi i comunisti avrebbero dovuto dissolversi o, quanto meno sottomettersi alla guida ideale dei socialisti.
Fin qui le luci: un disegno politico di cui è difficile negare che fosse complessivamente per il bene dell’Italia. Le ombre riguardano il metodo. Era un tempo in cui per fare politica era necessario disporre di molti denari. I comunisti i denari li ricevevano dall’Unione Sovietica e molti personaggi che, a differenza di Craxi, hanno chiuso onorevolmente la loro carriere politica in Parlamento hanno preso i soldi dell’Unione Sovietica per finanziare una politica contraria ai migliori interessi dell’Italia. I democristiani, per mantenere un partito pesante capace di contrastare il partito comunista, ricorrevano ad ogni mezzo. È da qui che deriva il sistema delle tangenti. In quel sistema al tempo di Craxi i socialisti si fecero spazio con grande rigore. Lo condivisero, lo estesero, lo approfondirono. Nell’89 il crollo del comunismo sembrò dare ragione alla politica di Craxi. Lui però non capì che, fuori dal clima della guerra fredda , il paese non avrebbe più sopportato il sistema della corruzione generalizzata. Avrebbe dovuto essere lui a denunciarlo e a spiegarlo e a chiuderlo con una amnistia che coprisse il passato e leggi nuove , severe per un trasparente finanziamento dei partiti a regolare il futuro. Invece socialisti e democristiani fecero una amnistia che copriva chi avesse preso denaro da potenze straniere, cioè i comunisti. Sarebbe però stato giusto contemporaneamente dare una amnistia a chi aveva preso i soldi delle tangenti in una situazione di necessità per poter finanziare grandi partiti capaci di opporsi ala partito comunista. Questo Craxi non fece ed è così che gli mandarono a casa i carabinieri e si trovò lui da solo a pagare per un sistema di cui non era l’unico ne il primo responsabile. Se non è vero che il fine giustifica i mezzi è pur vero che Craxi ha pagato in realtà non per le sue colpe ma per i suoi meriti. Ha pagato per il sogno di una sinistra europea e non comunista”.
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Gennaio 15th, 2010 by admin

Volevo scrivere da giorni un articolo sul tema del razzismo prendendo il caso del calciatore Mario Balotelli, solo ultimo dei tanti calciatori di colore derisi da cori incivili in ogni stadio d’Italia. Dopo i fatti di Rosarno cercavo un collegamento e sul web ho trovato questo pezzo
intitolato Buuuurini, scritto da Giovanni Giovannetti che riporto per intero, e faccio mio…
“Ruud Gullit diceva che se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche meno negro. Ma Balotelli non è Desally o Weah o Seedorf o Vieira o Thuram o i compagni di squadra Eto’o o Muntari; all’interista gli inutili idioti non perdonano di essere nero e contemporaneamente italiano, così come prima di lui non l’hanno perdonato al romano Fabio Liverani (padre italiano e madre somala) oggi al Palermo, il primo calciatore «di colore» a vestire nel 2001 la maglia della nazionale, seguito un anno dopo dal ferrarese Matteo Ferrari, padre italiano e madre guineana, oggi in Turchia al Besiktas. Liverani e Ferrari: due tra i primi a essere presi di mira da cori razzisti come «non ci sono neri italiani»; due meticci, come il presidente degli Stati Uniti Barak Obama (padre keniano e madre americana di discendenza inglese); o come il cestista ex nazionale e portabandiera all’Olimpiade di Sydney 2000 Caltron Myers (padre caraibico e madre pesarese); o come il giovane brianzolo Fabiano Santacroce (padre italiano e madre brasiliana), ora al Napoli e compagno di squadra in nazionale under 21 del “nero” di Brescia superMario Balotelli, uno che parla il dialetto meglio dei lumbàrd Bossi e Maroni e meglio dei buuuurini che periodicamente incrocia in molti stadi, quelli sì paradigmatici di un Paese in crisi di identità e costantemente in cerca del ‘nemico’, gli stessi che cortocircuitano di fronte all’interista e a ciò che felicemente rappresenta insieme ai Liverani, ai Ferrari, ai Myers, ai Santacroce (e agli Obama): che la storia umana è da sempre multietnica e meticcia; che l’accelerazione attuale non è reversibile, specie in un Paese come il nostro, in profondo declino demografico economico culturale, un Paese “salvato” da 4.500.000 immigrati: una magmatica svolta epocale da vivere in presa diretta, una svolta tra le più significative dell’intera storia nazionale. Si acuiscono le contraddizioni e, in ambito sportivo, ben più dei colleghi, oggi paga dazio il giovane fenomeno calcistico e mediatico Mario Balotelli. Paga anche in nome di tanti giovani italiani come lui. Ma di più pagano i non-ancora-italiani sospinti tra noi da guerre e miseria, e trattati come braccia senza diritti tra gli agrumeti di Rosarno o tra i pomodori del Casertano; oppure quando diventano manodopera stagionale a basso costo tra gli ortaggi del Cremonese o tra i vigneti della Val Versa. Se la monda del riso fosse ancora manuale, statene certi a mollo nell’acqua e per quattro soldi oggi trovereste loro.
A Rosarno è andata come a Villa Literno nel 1989 e meglio che a Castelvolturno nel settembre 2008, luogo dove la banda del camorrista Beppe Setola – latitante dopo la fuga da Pavia – fece strage di sei braccianti africani. A Rosarno invece è stata “solo” guerriglia. Qui comanda la ’ndrangheta, che in Calabria taglieggia 20.000 braccianti stagionali con un ‘pizzo’ di 5 euro quotidiani; qui amministrano i ‘caporali’, che esigono 2 euro e mezzo per il trasporto nei campi e altrettanti per il ritorno in schifose topaie (secondo Roberto Saviano, «contro le mafie gli immigrati sono più coraggiosi di noi»).
Un giorno, i figli del nigeriano bracciante irregolare e del rifugiato politico dal Togo feriti in Calabria – se non loro stessi – saranno «uno di noi», come già SuperMario Balotelli, nato e cresciuto in Italia, da sempre «uno di noi».
L’immigrato africano e il calciatore italiano sono due facce della stessa medaglia, tenuti entrambi a misurarsi con il razzismo emendato dal senso di colpa, che senza più freni inibitori ha progressivamente colonizzato il senso comune. Lo dico da antirazzista e da juventino tanto incallito quanto pentito oltre che da esteta del calcio giocato, di quelli che allo stadio cantano «non ne possiamo più della pay tivù», noi che egoisticamente abbiamo benedetto l’apertura delle frontiere calcistiche, così che anche al pavese stadio “Fortunati” da qualche tempo si incontrano brasiliani come Inàcio Joelson, francesi come Milan Thomas, argentini come Pato D’Amico, oppure si godono le triangolazioni di prima e in velocità tra gli Andrea Ferretti e i Benny Carbone, fenomeni che non trovano spazio in serie A o B, giocate tali e quali a quelle che, da bambino, vedevo solo a San Siro o al vecchio Comunale di Torino – di certo non in C o in D – con in più squadre corte, giocatori che scalano e molto agonismo e atletismo. Ma sto divagando. Sono tra i pochi o i molti che dopo i cori bianco e soprattutto neri di Bordeaux rivolti a Balotelli (e chissà perché), il 25 novembre scorso si sono vergognati di tifare Juve e di vivere nello stesso Paese da cui provenivano queste pavide ugole.
Ma, forse, diceva Gullit, se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche meno straniero. Se invece quattrini non ne hai e procuri qualche spicciolo a Rosarno lavorando fino a 15 ore al giorno per 2 euro all’ora, allora ti sparano, e ti senti più «negro» e straniero degli altri.”
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