Il Blog di Carlo lazzeroni

Banda larga e lo sviluppo a rischio


Novembre 30th, 2009 by admin


banda-larga.jpgIl nostro paese è da sempre poco lungimirante verso politiche di sviluppo: ha sempre investito meno degli altri paesi su ricerca e formazione (scuola e università) e nelle nuove tecnologie e naturalmente non si è smentita nell’ultima finanziaria, quando ha comunicato che il previsto piano per una connessone internet veloce, definito “banda larga”, sarà bloccato.
Nei mesi passati il Governo aveva presentato il cosiddetto «piano Romani» che avrebbe dovuto portare la banda larga al 96% degli italiani entro il 2012, con un investimento di 1,47 miliardi di euro, di cui 800 milioni già stanziati con un decreto. Ma nei giorni scorsi si è detto chiaramente che quei finanziamenti non sono più disponibili.
Il rischio che l’Italia resti ancora più indietro in un’infrastruttura fondamentale per la competitività del Paese è evidente. Sappiamo che il 12 per cento degli italiani oggi non ha neppure i 2 megabit al secondo che viene considerata la soglia minima per un Paese moderno. Ma se prendiamo a riferimento i 20 megabit che assicurano l’Internet veloce, la percentuale si innalza al 39 per cento. Una delle più alte d’Europa. 
E se guardiamo a livello mondiale Il “Global Information Technology Report 2008-2009” del World Economic Forum, mostra come l’Italia occupi il 70° posto (dopo l’Indonesia e prima della Colombia) per accessibilità ai contenuti digitali, la posizione 65° (dopo il Kuwait e prima dell’Uruguay) per l’accesso a Internet nelle scuole e la posizione 125 (dopo l’Indonesia e prima del Burundi) per la priorità che il Governo dà alle tecnologie ICT.
Speriamo quindi che il Governo ci ripensi e, pur in un momento di difficoltà economica, metta in atto un piano che, coinvolgendo enti locali, enti di ricerca e grandi gruppi privati, possa trovare i finanziamenti per dare al nostro paese lo sviluppo informatico che merita,  che non lo allontani dagli altri paesi occidentali e che non alimenti ancora di più le differenze di opportunità tra cittadini di Regioni e aree diverse del nostro paese.

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L’inganno sulla privatizzazione dell’acqua


Novembre 24th, 2009 by Carlo Lazzeroni


acqua.jpgIn questi giorni si fa un gran parlare di privatizzazione dell’acqua e, come succede spesso, mi pare si crei ad arte un pò di confusione con la terminologia. Si parla di acqua come bene pubblico e si grida alla sua mercificazione per l’ingresso dei privati nella sua gestione.
Come del resto già succede per altre fondamentali settori, ad esempio la sanità e l’istruzione si parla in termini di contrapposizone tra pubblico e privato (naturalmente esaltando il primo e demonizzando il secondo), quando onestamente sarebbe più corretto parlare di beni pubblici (e pubblici rimangono per la loro valenza) che possono essere gestiti dallo Stato o altri enti pubblico oppure da enti, associazioni e soggetti privati (tra l’altro in molti casi si tratta di enti no-profit).
Ma vediamo sul merito se ha senso gridare allo scandalo per quanto sta succedendo: nei primi anni novanta con la legge Galli si era dato il via alla creazione di società miste, create dai Comuni e dalle Regioni, a maggioranza pubblica, per la gestione dei servizi idrici.
Si è parlato più volte di false liberalizzazioni perchè tali società sono state create spesso ad hoc con l’immissione di privati “amici” e posti in consigli di amministrazioni occupati dalla politica.
Il decreto Ronchi in approvazione in queste ore recepisce i richiami europei a portare in questo sistema di gestione dei servizi pubblici locali maggiori elementi di trasparenza e concorrenza, con l’obbligo di assegnare la gestione del servizio tramite gara d’appalto.
E’ scontato che il bene acqua, bene naturale che andrebbe preservato al meglio per il futuro dell’umanità, non diventerà dei privati, ma come è ovvio rimarrà (come sorgenti, acquedotti, ecc…) di proprietà demaniale. Se la gestione invece diventerà di privati “veri”, senza quindi la mano della politica dentro, credo che potremmo avremo qualche spreco in meno e qualche depuratore in più. Perchè chi grida allo scandalo delle privatizzazioni dovrebbe spiegare se va bene che il pubblico, o il gestore misto a prevalenza pubblica, non abbia provveduto in questi anni a risolvere l’incuria della nostra rete idrica che porta alla perdita di più del 30% della risorsa acqua, con picchi in certe zone d’Italia, come la Puglia, del 50%. Un bene pubblico si dovrebbe preservare piuttosto che con richiami ideologici, attraverso i giusti investimenti e maggiore efficienza e invece oltre un terzo dell’acqua che circola negli acquedotti italiani si perde a causa delle condizioni di usura e del cattivo «stato di salute» della rete e solo il 70% arriva all’utente finale.
Ma la carenza più pesante non riguarda tanto la rete idrica, quanto quella fognaria e di depurazione: se il servizio di acquedotto rifornisce il 95,9% della popolazione italiana, con una rete totale di 337.452 chilometri, il servizio di fognatura copre l’84,7% (con una rete totale di 164.473 chilometri) e quello di depurazione arriva solo al 70,4%. In altri termini: al 15% dei cittadini mancano le fognature e a quasi il 30% i depuratori.
Il punto vero in realtà non è parlare di gestione pubblica o privata ma come riuscire ad immettere criteri di liberalizzazione e concorrenza nel sistema della gestione della risorsa acqua, perchè, come in tutti gli altri servizi pubblici locali, tale distribuzione può essere meglio realizzata quando si abbandonano le logiche di monopolio e si entra in un quadro competitivo. E dispiace che questa alternativa sia ancora ben lontana, divisi come siamo tra un ideologismo vetero-statalista che definisce l’acqua un “diritto umano” senza guardare la realtà di come gestire le reti idriche e la furbizia di chi, come in molte altre finte privatizzazioni, vuole aprire il mercato, ma solo in parte, usando il privato per fare profitti e la regolazione pubblica per evitare la competizione. Chi grida allo scandalo privatizzazione può purtroppo dormire sonni tranquilli: l’acqua resterà gestita dai grandi o piccoli Soviet di Stato o qualche “oligarca” appoggiato dal pubblico: a rimetterci saranno ancora una volta i cittadini e la nostra cara risorsa pubblica acqua.

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L’Ikea e le opportunità di un territorio


Novembre 18th, 2009 by Carlo Lazzeroni


ikea.jpgNovità importanti si sono verificate nell’ultimo periodo a proposito dell’ipotesi Ikea a Pisa, rispetto anche a quanto scritto diversi mesi fa su questo blog.
Politici, imprenditori e media locali hanno contribuito alla creazione di un dibattito che prova ad aprirsi veramente alla città, non rimanendo chiuso nelle stanze di un partito, quello Democratico, a livello comunale, provinciale o regionale. 
L’occasione di sviluppo che un centro commerciale come Ikea si porta dietro, deve infatti essere attentamente analizzata e non può essere liquidata con generiche affermazioni di tutela del territorio, o peggio, di interessi corporativi portati avanti da qualche associazione di commercianti.
Oltre a diverse personalità politiche e della società civile che hanno stimolato il Comune di Vecchiano a decidere ad accettare o negare, con giusta motivazioni, le proposte del colosso svedese, a questo fiorente dibattito hanno giocato un ruolo sicuramente importante la direttrice del quotidiano della Nazione, che non ha risparmiato frecciate velenose contro il provincialismo di certa classe dirigente, e le due proposte lanciate all’Ikea di disponibilità ad accettare l’insediamento all’interno del territorio della nostra Provincia: quella a Cascina, da parte del sindaco Franceschini (Partito Democratico) e quella dei Navicelli (nel Comune di Pisa) avanzata dal Presidente della Sviluppo Navicelli spa, Stefano Bottai. Questi inviti  fanno cadere la pregiudiziale anti - Ikea che nasce da un’errata interpretazione di tutela dei commercianti e hanno il merito di portare il dibattito sul progettare la crescita di un territorio. Tutto ciò passa attraverso la migliore individuazione, da un punto di vista strategico e di compatibilità ambientale, per l’insediamento di un grosso centro commerciale come quello in oggetto, il cui impatto su viabilità e logistica non è sicuramente da sottovalutare. Ma di questo dibattito c’è bisogno e forse la Provincia di Pisa dovrebbe farsi promotrice di un’azione di coordinamento, perchè queste scelte hanno un impatto che va ben oltre un Comune, in questo caso anche piuttosto piccolo come quello di Vecchiano.
Per ora è già importante essere in parte riusciti a superare vecchie difese ideologiche o corporative, come del resto si è verificato anche per l’imminente insediamento di McDonald’s a Pisa in Piazza Manin, catena per anni ostacolata per ragioni ideologiche dagli amministratori di sinistra e che ancora oggi trova sponde in qualche falso protezionista del prodotto all’italiana…o della tutela della Piazza dei Miracoli.

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Aforismi e Pensieri


Novembre 9th, 2009 by admin


muro-di-berlino.jpg

La libertà: 20 anni dopo la caduta del muro…

In ricordo di tutte le vittime, dalle prime, Ida Siekmann e Günter Litfin  (nel 1961), alle ultime Winfried Freudenberg e Chris Gueffroy (1989) delle diverse centinaia che vennero uccise dal fuoco dai soldati delle truppe di frontiera della Repubblica Democratica Tedesca oppure morirono nel corso del tentativo di fuga.

“Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista.
Che vengano a Berlino.
Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l’onda del progresso.
Che vengano a Berlino.
Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti.
Che vengano a Berlino.
E ce ne sono anche certe che dicono che sì il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici.
Che vengano a Berlino.
La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri, per impedir loro di lasciarci. Voglio dire a nome dei miei compatrioti che vivono a molte miglia da qua dall’altra parte dell’Atlantico, che sono distanti da voi, che sono orgogliosi di poter dividere con voi la storia degli ultimi 18 anni. Non conosco nessun paese, nessuna città, che è stata assediata per 18 anni e ancora vive con vitalità e forza, e speranza e determinazione come la città di Berlino Ovest”.
J. F. Kennedy – 26 giugno 1963 - Berlino

“Mister Gorbaciov, apra questa porta, mister Gorbaciov, abbatta questo Muro”.
Ronald Reagan - 12 giugno 1987 parlando davanti alla Porta di Brandeburgo

“Noi abbiamo lavorato per questo giorno, l’abbiamo tanto atteso”.
Helmut Kohl - 10 novembre 1989

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Alcune riflessioni dopo la sentenza sul crocifisso


Novembre 6th, 2009 by Carlo Lazzeroni


crocifisso.jpg

La sentenza della Corte europea che ha identificato nel crocifisso uno strumento di privazione della libertà religiosa, pone diversi spunti di riflessione per il futuro delle nostre democrazie.

Il primo motivo di riflessione riguarda, al di là del merito della sentenza, il rapporto tra l’ Europa e i singoli Stati Nazionali che la compongono, con il pericolo di vedere schiacciate e colpite le identità e le tradizioni di ogni singolo Stato che invece dovremmo trovare il modo di esaltare e valorizzare. 

Il secondo, riguarda ilil rapporto e la valorizzazione delle diverse religioni in Stati sempre più multiculturali. In questo caso è ovvio che in uno Stato come il nostro, il cristianesimo e i suoi simboli non possono essere messi da parte per volontà di altre religioni minoritarie, ma comunque sicuramente altre religioni vanno valorizzate, come già avviene per l’8 per mille, e per questo non sono contrario all’insegnamento di più religioni oppure di storia delle religioni nelle scuole e la possibilità di favorire luoghi di culto.

Esiste poi un discorso da fare in merito al rapporto tra democrazia liberale e religioni. Quell’uomo crocifisso ha contribuito in maniera fondamentale, con i suoi insegnamenti rivoluzionari e la sua vita, a costruire nei secoli il principio della libertà; la religione cristiana che ne deriva, così come la tradizione giudaica, hanno dimostrato  di poter convivere, anzi in molti casi favorire, lo sviluppo di un sistema politico democratico. L’applicazione della religione musulmana, o parte di questa, non ha dato gli stessi risultati e quindi si pone, per le nostre democrazie liberali, il modo di mantenere e ampliare il rispetto dei nostri diritti fondamentali acquisiti nei secoli a fianco di chi, spinto anche da forti convinzioni religiose, non le riconosce. Sono i nuovi cittadini italiani ed europei che si devono adeguare alle nostre tradizioni e usi e non viceversa, e quindi può essere pericoloso togliere il crocifisso che rappresenta anche quei valori di libertà e tolleranza. Così come allo stesso tempo trovo pericoloso modificare usi e costumi nelle nostre democrazie (ad esempio se si ha paura della satira che arriva a colpire anche il sacro, o cambiare usi consolidati come avvenuto in una piscina del nord Europa dove era normale da anni che le donne andassero in topless e che oggi per rispetto-paura dei musulmani è stato proibito).

C’è infine un altro punto fondamentale, che avevo già analizzato nei mesi scorsi nel blog e che è un po’ il cuore della decisione della sentenza: il ruolo che nella nostra democrazia vogliamo dare alle religioni e in senso più ampio all’etica morale. Nel mondo occidentale mi pare ci siano in questo senso, due approcci/visioni. Esiste, infatti, la via lamericana, che preferisco, in cui la democrazia liberale fin dall’origine si è permeata e sviluppata sulle religioni, quella giudaico-cristiana in particolare, e che sfida il multiculturalismo non eliminandone i simboli ma esaltandoli, il tutto con un forte  riconoscimento nei valori della Costituzione americana.
Esiste poi una via europea, fortemente laicista, alla francese in particolare, che tende ad eliminare le religione, l’etica e la morale nella società a partire dai simboli religiosi. Personalmente non condivido questo approccio e, pertanto, riterrei sbagliato, in Italia, non fare indossare il chador ad una ragazza a scuola o all’università oppure non farla entrare in piscina con un costume integrale.
La sentenza sul crocifisso va chiaramente in questa seconda direzione.
L’Italia, unitamente a molti altri Stati che da poco sono entrati nell’Unione Europea , può ancora lavorare affinché si cambi direzione: in gioco, come da tempo va dicendo il filosofo  americano Michael Novak, c’è la sopravvivenza dei nostri sistemi perché senza la spinta etico-morale non ci può essere un compiuto sistema democratico-liberale.

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