Riannodiamo insieme i fili di una grande storia
Settembre 30th, 2009 by admin
L’intervento del Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di S. Egidio
Stati Generali del Centro - 12 settembre - Chianciano Terme
Nell’ultimo periodo, nelle ultime settimane, come non mai ho vissuto un grande disagio
per la scena politico-mediatica che è stata occupata dal dibattito su scandali reali o
presunti. Ero a Cracovia per un grande pellegrinaggio ad Auschwitz là dove è morta l’Europa e dove è nata l’Europa e mi sono tornate alla mente le parole di una poesia di Karol Wojtyla: «…soffra soprattutto per mancanza di visione». Sì, noi oggi soffriamo per mancanza di visione. Noi crediamo oggi di vedere tutto, fasci di luce illuminano sino ai
siti più reconditi le oscurità della nostra vita ma noi non vediamo, noi non abbiamo una visione. La logica della televisione, la logica del Grande Fratello ha introdotto un linguaggio volgare e la televisione è stata la vera levatrice delle generazioni della cosiddetta seconda repubblica. E oggi siamo condizionati da una logica che tutto rimpiccolisce e tutto involgarisce fino allo sconforto e allo spaesamento della gente. Mi diceva l’altro ieri un ragazzo: «Tutto è sporco, nessuno vale niente in questo Paese, per che cosa credere, lottare e anche i discorsi sui valori se i valori non divengono ideali, vivibili, visioni del presente, che cosa resta?» Oggi siamo in una fase di ripiegamento su di sé, di spaesamento, frutto della paura del futuro, un futuro che viene affrontato senza alcuna visione. Ma non nascondiamocelo: questa volgarità mediatica è anche storicamente figlia della crisi dei soggetti politici e figlia della stagione inquisitoriale degli anni Novanta in cui si credeva di fare politica, pulizia, riforme con i processi, ma non avevano letto la Bibbia dove sta scritto «chi semina vento raccoglie tempesta». Il disegno giacobino negli anni
Novanta è diventato oggi un clima tropicale, non dico latino americano per rispetto di quei paesi, questo clima come il sistema elettorale ha favorito la personalizzazione totalizzante della politica. Si rideva dei grigi democristiani che non sapevano comunicare, che agivano in gruppo in modo scambievole, ma quella con tutti i suoi limiti e li abbiamo molte volte negli ultimi decenni sottolineati, era una classe dirigente. Io non sono mai stato democristiano perché dal ’68 faccio un’altra strada rispetto alla politica, ma andrà detto e lo stiamo dicendo in sede storica che cosa ha significato costruire una classe dirigente,
cosa diversa dalla personalizzazione del principe o dal partito principe. In realtà il problema della personalizzazione ha distrutto la classe dirigente, non solo, il valore del dibattito, la cultura politica. Non c’è bisogno di dirlo a voi, lo vediamo nel centro destra, lo vediamo nelle divisioni del partito democratico, lo vediamo nelle personalizzazioni della politica. Quest’estate bene o male abbiamo passato tutta l’estate a discutere di Berlusconi, tantissimo, e anche il parlar male alla fine diventa una forma di fissazione. E la scena è stata occupata sempre, o almeno tantissimo, da lui.
La gente è spaesata, allora si rifugia in un leader, si rifugia in un territorio, oppure si additano alla gente nemici da combattere o sono gli stranieri che invadono il nostro paese o sono i padroni plutocrati delle banche, l’uno o l’altro. Passioni, spettacolo, esecrazione, rabbia, scandali ma non è un modo di fare politica. Tutto finisce e si spegne come fuochi
d’artificio. Io sono qui per chiedermi come sfuggire a questo effetto luce-volgarità. È una domanda che pongo a me stesso: come sfuggire a questo quadro involgarito senza speranza e senza visione della politica? Bisogna ricostruire attraverso i segni del nostro tempo. Bisogna ricostruire un soggetto politico, bisogna allargare un soggetto politico.
Abbiamo assistito nelle ultime settimane al vortice mediatico e volgare che si è riversato anche sul mondo della chiesa con la vicenda di Boffo. È avvenuto qualcosa di nuovo nella storia del cattolicesimo italiano: che la Chiesa fosse tirata in mezzo in questo modo e oggi sento ed esprimo la confusione, il trauma, le difficoltà di tanti cattolici di fronte all’abbrutimento della situazione politica-mediatica. Non è un problema dei rapporti tra il governo italiano e la Santa Sede. Il problema è quello che noi cattolici italiani vogliamo essere in questo Paese. Se vogliamo contare, se vogliamo esprimere qualcosa, se non vogliamo far logorare giorno dopo giorno la nostra visione, ma se vogliamo giocarla
in modo autorevole, aperto, costruttivo nel dibattito politico sul futuro del Paese. Insomma, non si esce da questa situazione lasciandoci imprigionare da questo clima, magari credendosi i più furbi, ma va rilanciata con decisione una visione che scaldi i
cuori degli uomini e delle donne, che si sono impauriti o che si sono incattiviti in una condizione difficile, di grande spaesamento.Vanno riscaldati i cuori degli uomini e delle donne del nostro paese che poco provano passione per qualche grande impresa.
Conosco un poco la fatica della storia recente dell’Udc, per l’amicizia con Casini, con Buttiglione, con Pezzotta, con Cesa e con tanti altri. E credo che sia sempre più necessaria una grande audacia politica. L’idea della contaminazione o del meticciato – quella che piace a Savino – di culture politiche, cattolica, comunista, laica operata dal Pd per creare un nuovo partito riformista, un meticciato il laboratorio non crea niente di nuovo: è il ’68, il nuovo al potere e non bastano le parole fortunate anche se dette da tanti cari amici. La fusione a freddo del Pdl risponde in modo diversissimo ma ha lo stesso nuovismo sessantottesco e ha il punto di forza in un leader e nella potente macchina a sua disposizione ma è un meticcio di forza inconsistente.
Quale visione e quale futuro? Gli italiani stanno perdendo il gusto delle idee, sta crescendo
la diffidenza verso la politica. C’è un effetto disagio che spinge a ritirarsi, c’è un crollo delle aspirazioni a intervenire causato dal blocco politico esistenziale umano la gente dice «tanto cosa si può cambiare» e in fondo davanti alla politica ride e piange come davanti a un teatro lontano. Questo è pericoloso, questo è drammatico e allora cari amici, c’è bisogno di una visione, ma una visione non si fa nei laboratori, una visione non è scritta solo nei libri, la visione è quella di un soggetto politico, nuovo, largo, aperto, e io credo che l’Udc abbia grandi risorse, come la tradizione che ho sentito richiamare a Chianciano, nei documenti,
negli interventi, nelle assemblee: la grande tradizione di cui essere orgogliosi. Penso a De Gasperi e all’Europa.Vedete, sono tempi in cui il discorso europeista viene irriso e beffato e l’Europa è presentata come una vecchia zia svizzera che vuole solo rivedere i nostri conti e ci fa appunti sulla correttezza. Ma come andremo al grande confronto con il futuro
con i grandi giganti asiatici con la Cina, con l’India se non in un quadro unitario quadro europeo? Andremo come regioni? Andremo come ministati?
Questo potrà pagare in cinque anni ma nella lunghezza di uno, due, tre decenni saremo battuti, questa è la vera sfida di civiltà: l’Europa nel resto del mondo e noi europei nella varietà del nostro mondo, noi europei siamo una civiltà. Questo Paese ha bisogno di una forza, di un soggetto saggio, dal respiro profondo, aperto alla realtà, aperto ai giovani
come ho sentito a Chianciano, moderno, capace di creare il volto di un’Italia che si inserisce nella globalizzazione in Europa, nel Mediterraneo. È per questo che l’Udc ha la mia personale, fraterna simpatia. Perché viene da da lontano e credo che andrà lontano, segnando sempre più una frattura di quella crosta opaca che blocca involgarisce intristisce la vita politica e il dibattito del Paese.
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