Il Blog di Carlo lazzeroni

Simonde de Sismondi: l’intellettuale che portò le idee del liberalismo europeo nel Risorgimento italiano


Giugno 12th, 2010 by admin


sismondi.jpgArticolo tratto da Liberal:

Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi figura a buon diritto nel pantheon dei padri della nuova Italia, il cui processo di gestazione comincia in parallelo con l’arrivo delle truppe francesi nel nostro Paese, sulla scia delle convulsioni politico-militari seguite alla Rivoluzione francese. È questa la ragione che, alla vigilia del 150° dell’Unità, spiega l’organizzazione del convegno internazionale Sismondi e la nuova Italia da parte dell’Associazione di studi sismondiani, che si è tenuto dal 9 all’11 giugno a Pescia
(con apertura il 9 mattina a Firenze presso il Gabinetto G.P. Vieusseux e chiusura a Pisa l’11, presso la facoltà di Economia), con la partecipazione di studiosi italiani e stranieri delle diverse discipline interessate a questa straordinaria figura di intellettuale dell’800: dalla critica letteraria alla teoria politica, dalla scienza economica alla ricerca storica.

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Una difesa laica del Papa


Aprile 14th, 2010 by admin


ratzinger.jpgDopo tanti attacchi feroci e spesso ingiustificati a tutta la Chiesa e a Benedetto XVI in particolare mi sembra importante questo articolo uscito oggi sul Corriere della Sera.

Una difesa laica del Papa

di Piero Ostellino

All’origine dell’aggressione cui sono sottoposti la Chiesa, e lo stesso papa Benedetto XVI, sul tema della pedofilia in ambito ecclesiale, ci sono un pregiudizio razionalista e una violenza giacobina: si pensi alla «peste pedofila » di cui parla Paolo Flores d’Arcais, che prefigura la dannazione per volontà popolare dell’«untore » di manzoniana memoria. Sono toni cui dovrebbe essere estranea la stessa cultura laica. Che non è negazione della religione, ma cavourriana separazione tra le leggi e i comandamenti, tra lo Stato e le istituzioni ecclesiastiche. Il pregiudizio razionalista tende invece a cancellare la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato; pretende di assimilare, «omologare», i comportamenti della Chiesa a quelli della società civile, negandone la specificità spirituale, codificata nel diritto canonico, ben diverso da quello positivo dello Stato secolarizzato.

La Chiesa, che condanna il peccato e perdona il peccatore pentito, ha commesso in passato (anche con Papa Wojtyla) molti errori in materia di pedofilia ecclesiale. I reati andavano denunciati con coraggio, mentre varie forme di reticenza hanno contribuito a peggiorare la situazione. Tuttora gli atteggiamenti, spesso confusi e contraddittori, di alcuni rappresentanti del clero non aiutano a far chiarezza. Quando risuonano paralleli impropri con le persecuzioni antisemite, o si stabiliscono arbitrarie correlazioni tra omosessualità e pedofilia, si ha l’impressione che papa Ratzinger vada tutelato anche dalle sortite incaute di alcuni alti prelati.

Resta il fatto che non si può chiedere alla Chiesa di rinunciare a uno spazio autonomo di analisi e di giudizio, che è tutt’altra cosa dalla pretesa di sottrarre i propri membri all’imperio della legge. Lo Stato e la Chiesa hanno missioni diverse e la pretesa di cancellare questa feconda differenza danneggerebbe entrambi. Si sta manifestando, inoltre, un vistoso paradosso. A essere oggetto degli attacchi più aspri è proprio l’attuale Pontefice, che ha il merito indubbio di aver fatto opera di trasparenza all’interno della Chiesa, su un fenomeno troppo a lungo sottaciuto, e di aver cercato di definire, e distinguere, gli ambiti dei tribunali civili, riconoscendone le prerogative in tema di persecuzione del reato di pedofilia, secondo la legge civile, e quelli propri della Chiesa, rivendicandone l’autonomia nella condanna dei peccati e nella redenzione dei peccatori, secondo il diritto canonico e la propria predicazione (si chiama carità cristiana). Nonostante questo, oggi Benedetto XVI rischia di passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti.

La distinzione fra peccato e reato è parte integrante della nostra cultura e della nostra civiltà, alla quale non possiamo rinunciare. Essa sanziona la differenza, e la distanza, fra lo Stato democratico-liberale, fondato sui diritti e le garanzie individuali, e lo Stato teocratico: un ordinamento oppressivo che, come hanno tragicamente provato i totalitarismi anche di un recente passato, non s’identifica solo nel connubio fra trono e altare, ma, anche e soprattutto, nell’illusione razionalista e nel tentativo volontaristico di cambiare, con mezzi coercitivi, la natura dell’uomo. Di fronte allo spettacolo inquietante cui stiamo assistendo, stupisce, infine, la grande quantità di spettatori che rimangono silenti in un’apparente indifferenza. Come se la stessa nostra democrazia liberale non fosse debitrice del messaggio cristiano che ha posto al centro la sacralità e l’inviolabilità della persona.

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Il Leopardi solitario e la torre pendente


Aprile 9th, 2010 by admin


articolo di Matteo Orsucci - Liberal del 7 aprile scorso

Poco sotto la targa che ne ricorda il soggiorno, qui in via della Faggiola, c’è una scritta fatta con uno spray nero: «Curva Nord sempre presente».
Siamo a circa un centinaio di metri dalla Scuola Normale, a Pisa, nel centro storico e in teoria cuore culturale della città. La casa che Giacomo Leopardi prese in affitto nell’inverno del 1827 per risiedervi fino a metà dell’anno successivo ha appunto una lapide che ne tributa il passaggio; poi i muri sono lì in bella mostra e qualche
ultrà nerazzurro, fregandosene della memoria del recanatese, ha voluto far sapere che i tifosi continuano ad appoggiare il Pisa Calcio, nonostante gli scarsi risultati.
E forse anche questo è un segno dei tempi…

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Perchè è importante votare in Toscana


Febbraio 11th, 2010 by Carlo Lazzeroni


voto-in-toscana.jpgNell’edizione di mercoledì del Corriere Fiorentino è apparsa un’interessante lettera di Tommaso Ciuffoletti, già giovane segretario provinciale del partito socialista fiorentino, che deluso dalla politica in Toscana afferma che non andrà a votare proprio perché ama la politica.


Non andrò a votare perchè amo la politica - di Tommaso Ciuffoletti

Prendo spunto da questa lettera per alcune considerazioni. Le cose che dice sono assolutamente condivisibili anche se io rimango dell’idea che rinunciare al diritto - dovere del voto sia sempre e comunque sbagliato.

Credo tra l’altro che ci siano le condizioni, anche in Toscana, per provare ad esercitare un voto utile, seppure all’apparenza minoritario.

E’ il voto che gli elettori possono esprimere scegliendo l’Unione di Centro, forza politica di cui faccio parte. Da sempre, seppure con posizioni numeriche limitate, si batte in Toscana all’interno e fuori dalle varie istituzioni, contro quello che Ciuffoletti definisce il “regime” toscano. Lo ha fatto e lo fa, con il rispetto istituzionale di una forza responsabile e moderata, ma con l’energia di chi è sempre stato e continua a stare all’opposizione non tanto perché quelli del Partito Democratico sono ancora comunisti, come qualcuno del PDL continua a urlare, ma perché nelle nostre amate terre si respira un’oppressiva commistione tra cultura, economia e politica. E in questo senso il futuro rischia di essere ancora peggiore vista la linea politica ancora più a sinistra portata avanti dal candidato Rossi che fa accordi con la sinistra radicale e la sinistra giustizialista dell’Italia dei Valori.

Così come l’Unione di Centro è l’unica che in questi anni si è battuta in maniera coerente contro i vari inciuci Pd-Pdl, che hanno portato alle modifiche elettorali per le regionali del 2005 e di quelle di pochi mesi fa. E’ l’unica che ha chiesto e si è battuta per il ripristino delle preferenze, così da dare ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Senza di queste, con le primarie che mostrano carenze evidenti, le segreterie dei partiti decidono tutto e la democrazia dei partiti è sempre più a rischio.

L’impressione che il Pdl in Toscana non voglia creare le condizioni per l’alternanza appare sempre più evidente e non da oggi. Rafforzare l’Unione di Centro attraverso il voto di marzo potrebbe essere quindi un primo seme per creare uno schieramento più ampio e provare a superare questo bipolarismo malato, e nella nostra regione, profondamente bloccato. 

Insomma credo che l’Unione di Centro possa rappresentare, con tutti i propri limiti, l’unica vera alternativa in queste elezioni. Da domani però, se vorrà veramente incidere in Italia e in Toscana, dovrà avere la forza di essere molto più aperta e dialogante con i cittadini che, come Ciuffoletti, non ne possono più di questa situazione e riuscire ad aprire il partito a tutti coloro che, all’interno del Partito Democratico e del Partito della Libertà, soffrono questa situazione. Dovrà insomma riuscire ad andare oltre l’unione di centro costruendo un nuovo partito che unisca su pochi e saldi principi le forze più dinamiche e responsabili del paese e della Toscana. Se sarà capace di questo potrà veramente rappresentare quell’alternativa per molti cittadini delusi, altrimenti sarà un’altra occasione persa e il finto bipolarismo Pdl-Pd ne uscirà rafforzato.

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Giornata per la Vita


Febbraio 2nd, 2010 by admin


vitabis.jpg

32ª GIORNATA PER LA VITA - PISA

In collaborazione con il Tavolo Famiglia e Vita
Domenica 7 Febbraio ore 15,30 - Stazione Leopolda

TAVOLA ROTONDA

La forza della vita una sfida alla povertà

Presiede:
Domenico Delle Foglie

interverranno:
dott.ssa Angela Gioia - Specialista in Anestesia e Rianimazione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana
dott. Antonio Oriente - Dirigente Medico AUSL 5 Messina - Tutela Materno Infantile

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Buuuurini: il razzismo in Italia, dai campi di calcio ai campi coltivati


Gennaio 15th, 2010 by admin


rosarno.jpg  balotelli.jpg

Volevo scrivere da giorni un articolo sul tema del razzismo prendendo il caso del calciatore Mario Balotelli, solo ultimo dei tanti calciatori di colore derisi da cori incivili in ogni stadio d’Italia. Dopo i fatti di Rosarno cercavo un collegamento e sul web ho trovato questo pezzo

intitolato Buuuurini, scritto da Giovanni Giovannetti che riporto per intero, e faccio mio…

“Ruud Gullit diceva che se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche meno negro. Ma Balotelli non è Desally o Weah o Seedorf o Vieira o Thuram o i compagni di squadra Eto’o o Muntari; all’interista gli inutili idioti non perdonano di essere nero e contemporaneamente italiano, così come prima di lui non l’hanno perdonato al romano Fabio Liverani (padre italiano e madre somala) oggi al Palermo, il primo calciatore «di colore» a vestire nel 2001 la maglia della nazionale, seguito un anno dopo dal ferrarese Matteo Ferrari, padre italiano e madre guineana, oggi in Turchia al Besiktas. Liverani e Ferrari: due tra i primi a essere presi di mira da cori razzisti come «non ci sono neri italiani»; due meticci, come il presidente degli Stati Uniti Barak Obama (padre keniano e madre americana di discendenza inglese); o come il cestista ex nazionale e portabandiera all’Olimpiade di Sydney 2000 Caltron Myers (padre caraibico e madre pesarese); o come il giovane brianzolo Fabiano Santacroce (padre italiano e madre brasiliana), ora al Napoli e compagno di squadra in nazionale under 21 del “nero” di Brescia superMario Balotelli, uno che parla il dialetto meglio dei lumbàrd Bossi e Maroni e meglio dei buuuurini che periodicamente incrocia in molti stadi, quelli sì paradigmatici di un Paese in crisi di identità e costantemente in cerca del ‘nemico’, gli stessi che cortocircuitano di fronte all’interista e a ciò che felicemente rappresenta insieme ai Liverani, ai Ferrari, ai Myers, ai Santacroce (e agli Obama): che la storia umana è da sempre multietnica e meticcia; che l’accelerazione attuale non è reversibile, specie in un Paese come il nostro, in profondo declino demografico economico culturale, un Paese “salvato” da 4.500.000 immigrati: una magmatica svolta epocale da vivere in presa diretta, una svolta tra le più significative dell’intera storia nazionale. Si acuiscono le contraddizioni e, in ambito sportivo, ben più dei colleghi, oggi paga dazio il giovane fenomeno calcistico e mediatico Mario Balotelli. Paga anche in nome di tanti giovani italiani come lui. Ma di più pagano i non-ancora-italiani sospinti tra noi da guerre e miseria, e trattati come braccia senza diritti tra gli agrumeti di Rosarno o tra i pomodori del Casertano; oppure quando diventano manodopera stagionale a basso costo tra gli ortaggi del Cremonese o tra i vigneti della Val Versa. Se la monda del riso fosse ancora manuale, statene certi a mollo nell’acqua e per quattro soldi oggi trovereste loro.
A Rosarno è andata come a Villa Literno nel 1989 e meglio che a Castelvolturno nel settembre 2008, luogo dove la banda del camorrista Beppe Setola – latitante dopo la fuga da Pavia – fece strage di sei braccianti africani. A Rosarno invece è stata “solo” guerriglia. Qui comanda la ’ndrangheta, che in Calabria taglieggia 20.000 braccianti stagionali con un ‘pizzo’ di 5 euro quotidiani; qui amministrano i ‘caporali’, che esigono 2 euro e mezzo per il trasporto nei campi e altrettanti per il ritorno in schifose topaie (secondo Roberto Saviano, «contro le mafie gli immigrati sono più coraggiosi di noi»).
Un giorno, i figli del nigeriano bracciante irregolare e del rifugiato politico dal Togo feriti in Calabria – se non loro stessi – saranno «uno di noi», come già SuperMario Balotelli, nato e cresciuto in Italia, da sempre «uno di noi».
L’immigrato africano e il calciatore italiano sono due facce della stessa medaglia, tenuti entrambi a misurarsi con il razzismo emendato dal senso di colpa, che senza più freni inibitori ha progressivamente colonizzato il senso comune. Lo dico da antirazzista e da juventino tanto incallito quanto pentito oltre che da esteta del calcio giocato, di quelli che allo stadio cantano «non ne possiamo più della pay tivù», noi che egoisticamente abbiamo benedetto l’apertura delle frontiere calcistiche, così che anche al pavese stadio “Fortunati” da qualche tempo si incontrano brasiliani come Inàcio Joelson, francesi come Milan Thomas, argentini come Pato D’Amico, oppure si godono le triangolazioni di prima e in velocità tra gli Andrea Ferretti e i Benny Carbone, fenomeni che non trovano spazio in serie A o B, giocate tali e quali a quelle che, da bambino, vedevo solo a San Siro o al vecchio Comunale di Torino – di certo non in C o in D – con in più squadre corte, giocatori che scalano e molto agonismo e atletismo. Ma sto divagando. Sono tra i pochi o i molti che dopo i cori bianco e soprattutto neri di Bordeaux rivolti a Balotelli (e chissà perché), il 25 novembre scorso si sono vergognati di tifare Juve e di vivere nello stesso Paese da cui provenivano queste pavide ugole.
Ma, forse, diceva Gullit, se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche meno straniero. Se invece quattrini non ne hai e procuri qualche spicciolo a Rosarno lavorando fino a 15 ore al giorno per 2 euro all’ora, allora ti sparano, e ti senti più «negro» e straniero degli altri.”

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Riannodiamo insieme i fili di una grande storia


Settembre 30th, 2009 by admin


riccardi.jpgL’intervento del Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di S. Egidio 
Stati Generali del Centro - 12 settembre - Chianciano Terme

Nell’ultimo periodo, nelle ultime settimane, come non mai ho vissuto un grande disagio
per la scena politico-mediatica che è stata occupata dal dibattito su scandali reali o
presunti. Ero a Cracovia per un grande pellegrinaggio ad Auschwitz là dove è morta l’Europa e dove è nata l’Europa e mi sono tornate alla mente le parole di una poesia di Karol Wojtyla: «…soffra soprattutto per mancanza di visione». Sì, noi oggi soffriamo per mancanza di visione. Noi crediamo oggi di vedere tutto, fasci di luce illuminano sino ai
siti più reconditi le oscurità della nostra vita ma noi non vediamo, noi non abbiamo una visione. La logica della televisione, la logica del Grande Fratello ha introdotto un linguaggio volgare e la televisione è stata la vera levatrice delle generazioni della cosiddetta seconda repubblica. E oggi siamo condizionati da una logica che tutto rimpiccolisce e tutto involgarisce fino allo sconforto e allo spaesamento della gente. Mi diceva l’altro ieri un ragazzo: «Tutto è sporco, nessuno vale niente in questo Paese, per che cosa credere, lottare e anche i discorsi sui valori se i valori non divengono ideali, vivibili, visioni del presente, che cosa resta?» Oggi siamo in una fase di ripiegamento su di sé, di spaesamento, frutto della paura del futuro, un futuro che viene affrontato senza alcuna visione. Ma non nascondiamocelo: questa volgarità mediatica è anche storicamente figlia della crisi dei soggetti politici e figlia della stagione inquisitoriale degli anni Novanta in cui si credeva di fare politica, pulizia, riforme con i processi, ma non avevano letto la Bibbia dove sta scritto «chi semina vento raccoglie tempesta». Il disegno giacobino negli anni
Novanta è diventato oggi un clima tropicale, non dico latino americano per rispetto di quei paesi, questo clima come il sistema elettorale ha favorito la personalizzazione totalizzante della politica. Si rideva dei grigi democristiani che non sapevano comunicare, che agivano in gruppo in modo scambievole, ma quella con tutti i suoi limiti e li abbiamo molte volte negli ultimi decenni sottolineati, era una classe dirigente. Io non sono mai stato democristiano perché dal ’68 faccio un’altra strada rispetto alla politica, ma andrà detto e lo stiamo dicendo in sede storica che cosa ha significato costruire una classe dirigente,
cosa diversa dalla personalizzazione del principe o dal partito principe. In realtà il problema della personalizzazione ha distrutto la classe dirigente, non solo, il valore del dibattito, la cultura politica. Non c’è bisogno di dirlo a voi, lo vediamo nel centro destra, lo vediamo nelle divisioni del partito democratico, lo vediamo nelle personalizzazioni della politica. Quest’estate bene o male abbiamo passato tutta l’estate a discutere di Berlusconi, tantissimo, e anche il parlar male alla fine diventa una forma di fissazione. E la scena è stata occupata sempre, o almeno tantissimo, da lui.
La gente è spaesata, allora si rifugia in un leader, si rifugia in un territorio, oppure si additano alla gente nemici da combattere o sono gli stranieri che invadono il nostro paese o sono i padroni plutocrati delle banche, l’uno o l’altro. Passioni, spettacolo, esecrazione, rabbia, scandali ma non è un modo di fare politica. Tutto finisce e si spegne come fuochi
d’artificio. Io sono qui per chiedermi come sfuggire a questo effetto luce-volgarità. È una domanda che pongo a me stesso: come sfuggire a questo quadro involgarito senza speranza e senza visione della politica? Bisogna ricostruire attraverso i segni del nostro tempo. Bisogna ricostruire un soggetto politico, bisogna allargare un soggetto politico.
Abbiamo assistito nelle ultime settimane al vortice mediatico e volgare che si è riversato anche sul mondo della chiesa con la vicenda di Boffo. È avvenuto qualcosa di nuovo nella storia del cattolicesimo italiano: che la Chiesa fosse tirata in mezzo in questo modo e oggi sento ed esprimo la confusione, il trauma, le difficoltà di tanti cattolici di fronte all’abbrutimento della situazione politica-mediatica. Non è un problema dei rapporti tra il governo italiano e la Santa Sede. Il problema è quello che noi cattolici italiani vogliamo essere in questo Paese. Se vogliamo contare, se vogliamo esprimere qualcosa, se non vogliamo far logorare giorno dopo giorno la nostra visione, ma se vogliamo giocarla
in modo autorevole, aperto, costruttivo nel dibattito politico sul futuro del Paese. Insomma, non si esce da questa situazione lasciandoci imprigionare da questo clima, magari credendosi i più furbi, ma va rilanciata con decisione una visione che scaldi i
cuori degli uomini e delle donne, che si sono impauriti o che si sono incattiviti in una condizione difficile, di grande spaesamento.Vanno riscaldati i cuori degli uomini e delle donne del nostro paese che poco provano passione per qualche grande impresa.
Conosco un poco la fatica della storia recente dell’Udc, per l’amicizia con Casini, con Buttiglione, con Pezzotta, con Cesa e con tanti altri. E credo che sia sempre più necessaria una grande audacia politica. L’idea della contaminazione o del meticciato – quella che piace a Savino – di culture politiche, cattolica, comunista, laica operata dal Pd per creare un nuovo partito riformista, un meticciato il laboratorio non crea niente di nuovo: è il ’68, il nuovo al potere e non bastano le parole fortunate anche se dette da tanti cari amici. La fusione a freddo del Pdl risponde in modo diversissimo ma ha lo stesso nuovismo sessantottesco e ha il punto di forza in un leader e nella potente macchina a sua disposizione ma è un meticcio di forza inconsistente.
Quale visione e quale futuro? Gli italiani stanno perdendo il gusto delle idee, sta crescendo
la diffidenza verso la politica. C’è un effetto disagio che spinge a ritirarsi, c’è un crollo delle aspirazioni a intervenire causato dal blocco politico esistenziale umano la gente dice «tanto cosa si può cambiare» e in fondo davanti alla politica ride e piange come davanti a un teatro lontano. Questo è pericoloso, questo è drammatico e allora cari amici, c’è bisogno di una visione, ma una visione non si fa nei laboratori, una visione non è scritta solo nei libri, la visione è quella di un soggetto politico, nuovo, largo, aperto, e io credo che l’Udc abbia grandi risorse, come la tradizione che ho sentito richiamare a Chianciano, nei documenti,
negli interventi, nelle assemblee: la grande tradizione di cui essere orgogliosi. Penso a De Gasperi e all’Europa.Vedete, sono tempi in cui il discorso europeista viene irriso e beffato e l’Europa è presentata come una vecchia zia svizzera che vuole solo rivedere i nostri conti e ci fa appunti sulla correttezza. Ma come andremo al grande confronto con il futuro
con i grandi giganti asiatici con la Cina, con l’India se non in un quadro unitario quadro europeo? Andremo come regioni? Andremo come ministati?
Questo potrà pagare in cinque anni ma nella lunghezza di uno, due, tre decenni saremo battuti, questa è la vera sfida di civiltà: l’Europa nel resto del mondo e noi europei nella varietà del nostro mondo, noi europei siamo una civiltà. Questo Paese ha bisogno di una forza, di un soggetto saggio, dal respiro profondo, aperto alla realtà, aperto ai giovani
come ho sentito a Chianciano, moderno, capace di creare il volto di un’Italia che si inserisce nella globalizzazione in Europa, nel Mediterraneo. È per questo che l’Udc ha la mia personale, fraterna simpatia. Perché viene da da lontano e credo che andrà lontano, segnando sempre più una frattura di quella crosta opaca che blocca involgarisce intristisce la vita politica e il dibattito del Paese.

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E se Pasolini fosse un liberale?


Maggio 14th, 2009 by admin


pasolini.jpgPer una riflessione sul messaggio più profondo della vasta e complessa attività di Pier Paolo Pasolini… allego un interessante articolo di Franco Ricordi apparso su Liberal di ieri.

Pagina 12 - Liberal 13 maggio 2009 

Pagina 13 - Liberal 13 maggio 2009_

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Dove sono oggi i liberi e forti? Il manifesto per una nuova Italia


Febbraio 27th, 2009 by admin


images.jpgL’Italia ha bisogno di una profonda rigenerazione
politica e morale. È giunto di nuovo il tempo di fare appello alle
migliori energie dell’Italia, allo slancio delle donne e degli
uomini liberi, alla responsabilità delle donne e degli uomini
forti, per determinare una grande svolta nel futuro della nazione.
Novanta anni dopo l’atto di coraggio di Luigi Sturzo, un
nuovo coraggioso impegno è richiesto a chi crede nel valori
della giustizia e della libertà.

“Dal manifesto per una nuova Italia” - Todi, 20-21 febbraio 2009

“Quando, negli anni Novanta, crollò il
vecchio sistema, quattro erano le grandi questioni
che giustificavano la transizione verso un nuovo
tempo della Repubblica:
1) La questione istituzionale, già posta alla fine degli anni Settanta, affrontata
lungo il corso degli Ottanta e infine riproposta
dall’illusione referendaria.
2) La questione giudiziaria,
parte essenziale della questione istituzionale,
esplosa drammaticamente in un inedito,
radicale e pericoloso conflitto con la politica di settori della
magistratura, dei media e dell’opinione pubblica.
3) La questione dell’unità nazionale e del sistema delle autonomie, nell’incombente
rischio di una nuova frattura storico-sociale tra Nord
e Sud.
4) La questione della modernizzazione economica, sentita
come ineludibile, in tutti i campi della vita pubblica, per ricollocare
l’Italia in sintonia con le esperienze più avanzate
dell’Occidente.
Ebbene, tutte queste questioni sono ancora davanti a
noi, irrisolte; anzi, incancrenite dal tempo perduto. Abbiamo
ormai alle spalle quasi un ventennio sprecato.”…
…”L’unità politica dei cattolici è formula
che appartiene ad altra e superata stagione storica.
Ciò però non vuol dire che tutti coloro che si riconoscono
nell’ispirazione cristiana debbano necessariamente
accettare la “diaspora” come condanna inappellabile della storia
dei cattolici italiani, come se dovesse essere obbligatorio vivere
in “partibus infidelium”, e non possano invece ritrovarsi in una
stessa casa politica, se la cornice identitaria e programmatica
corrisponde ai loro valori.
Ma non è certo questo il tempo di “rifare la Dc”. Il
passato è il nostro tesoro di esperienza e di saggezza. Ma il presente
e il futuro ci chiedono di aprire un diverso tempo politico.
Il tempo di un nuovo soggetto nel quale i popolari, i liberali, i
riformisti, i moderati di tutte le aree politiche riscoprano insieme
la via maestra del Centro come luogo sempre essenziale per
il governo.”…

…”C’è un popolo cristiano che guarda alla politica con
diffidenza, ma che sa che solo attraverso la politica può ottenere
risposta alle sue esigenze. C’è un popolo laico che non si riconosce
più nelle posizioni laiciste e che sente giunta l’ora di intraprendere
nuovi sentieri.
È giunto dunque il momento di aprire una nuova
storia politica. Non un “terzo polo” di risulta tra due immutabili
giganti bipolari, ma un’offerta politica, di governo, di partecipazione
democratica del tutto nuova, che nasca dalla “rottura”
del finto bipartitismo, pericolante esito del fallimento della
cosiddetta Seconda Repubblica. Un centrosinistra che metta
insieme tutto, dall’estrema sinistra al centro, così come un centrodestra
costruito con analoga disomogeneità non sono stati e
non saranno mai in grado di governare, nella stabilità, l’innovazione.”…

…”Il vero valore della nostra modernità politica
non è il bipolarismo. È la democrazia dell’alternanza.
L’Italia moderna deve proteggere questa seconda, non il
primo. Dobbiamo garantire il ricambio del potere, e la
scelta preventiva, da parte degli elettori, dei partiti e degli
uomini che debbono governare. Ma questo può avvenire anche con un
sistema tripolare o quadripolare. Il bipolarismo è solo una delle forme
possibili di governance. La democrazia dell’alternanza è la sostanza.”…

…”La nostra è una cultura dell’accoglienza, della solidarietà,
della tutela universale della dignità umana. Perciò ci opponiamo con
fermezza ad ogni diffidenza xenofoba. Nello stesso tempo vogliamo
che l’Italia e l’Europa tornino a coltivare l’amore per la propria identità,
per la propria storia e la propria etica pubblica, l’affetto per la nostra
religione, tutte cose che negli ultimi decenni sembrano essere state
smarrite. Perché senza amore e rispetto per se stessi non è possibile
alcun vero dialogo. L’amore per l’altro, lo spirito di amicizia e di comprensione,
la ricerca dell’integrazione devono coniugarsi con una permanente
e convinta richiesta di reciprocità. Anche di fronte ai massicci
fenomeni di immigrazione, la generosità verso chi cerca la nostra
terra come speranza di futuro è doverosa. Ma altrettanto doveroso è
pretendere rispetto per la nostra cultura, la nostra religione, le nostre
tradizioni, le nostre leggi. Questa è l’unica via maestra per provare a
costruire dialogo e solidale convivenza.”…

…L’Italia è ormai da due decenni il Paese del
“riformismo bloccato”. Nella Seconda Repubblica i roboanti
impegni di innovazione assunti sia dalla destra che
dalla sinistra sono il più delle volte naufragati nell’impotenza.
Così, anno dopo anno, lo spettro di un grave declino
storico del nostro Paese si è fatto sempre più incombente.
All’impotenza politica si è accompagnata la confusione
culturale. Si è passati dalla declamazione della “rivoluzione liberale”
alla teorizzazione di un “nuovo statalismo” con spensierata spregiudicatezza.
Gli stessi protagonisti che un tempo si facevano paladini del
“più mercato-meno Stato” oggi sono i principali fan della tesi opposta
“meno mercato-più Stato”. Non si può governare un grande Paese con
tale superficiale volubilità di visione del mondo. L’economia sociale di
mercato resta per noi, non solo a parole, la più efficace dottrina di
governo delle società occidentali. Essa propone da sempre un orizzonte
assai chiaro: “più mercato” (per accrescere la ricchezza) e “più Stato”
(quando è necessario per riequilibrarla).”…

…”L’Unione di Centro si propone come partito di tutela del
cittadino-consumatore. Partiamo dalla consapevolezza che, dal 1996 al
2001, i governi di centrosinistra hanno realizzato una serie di privatizzazioni
che, in luogo dei cittadini, hanno favorito nuovi monopolisti di
settori strategici come banche, assicurazioni, telecomunicazioni, gas ed
energia con il risultato di appesantire i costi dei servizi per i cittadiniconsumatori,
le famiglie-consumatrici e le imprese consumatrici. Ma
la destra non ha cambiato strada: la nuova fase di governo, dietro il
paravento della crisi internazionale, sembra mirare anch’essa solo a
costruire nuovi equilibri di potere nell’ambito del sistema bancario e
industriale.
Occorre invertire la rotta: solo attraverso un’imponente
spinta liberalizzatrice sarà infatti possibile completare il processo di
ammodernamento dell’economia italiana creando finalmente condizioni
di concorrenza tra le imprese, riducendo i costi e migliorando la
qualità per i consumatori. Lo Stato, abbandonato definitivamente il
ruolo di Stato-imprenditore, ha il dovere di assumere quello di Statoregolatore
ponendo al centro della propria azione la figura del consumatore.”…

…”L’attuale sistema pensionistico non tiene conto dei mutamenti
demografici in atto e finirà con il far pagare alle giovani generazioni
il prezzo dell’irresponsabilità dei governi attuali. È indispensabile
approvare una riforma della previdenza che tenga conto della combinazione
tra allungamento dell’attesa di vita e caduta delle nascite. Dalla
previdenza occorre inoltre sganciare l’assistenza, recuperando risorse
che potranno essere destinate a chi ne ha veramente bisogno.”…

…”Lo Stato italiano produce ormai un livellamento verso il
basso di prestazioni e servizi, e non riesce più a promuovere verso l’alto
chi sta indietro nella scala sociale. L’Unione di Centro lavora, viceversa,
per ridefinire lo Stato sociale, per un nuovo grande modello da
costruire in Italia e in Europa: la Welfare Society. Quest’ultima si
potrebbe anche definire come “la società del bene comune”.
Una società dove la responsabilità della gestione sociale
è affidata anche ai corpi intermedi della comunità. Nella quale il livello privato e il livello statale cooperino e competano nell’offerta
di servizi formando, insieme, un unico sistema pubblico
all’interno del quale sia più plurale e libera possibile la scelta dei
cittadini e delle famiglie”…

…”L’insieme di questi grandi obiettivi non potrà mai
essere raggiunto se non si diffonderà nel Paese una nuova cultura
diffusa: la promozione del merito in tutti i campi della vita pubblica.
I quarant’anni che ci separano dal ’68 hanno fatto diventare
senso comune idee del tutto opposte, soprattutto la devastante
equazione tra selezione di merito e selezione di classe. È vero esattamente
il contrario: l’utopia dell’egualitarismo, che livella verso il
basso, è infatti la tomba dell’emancipazione sociale. I ricchi, infatti,
possono cavarsela in tanti modi, ma se ai figli dei poveri togli
la chance del merito e del talento, li condanni all’inferno.
L’uguaglianza delle opportunità è la nostra bussola, perché il destino
sociale di emarginazione può essere combattuto dai giovani
meno fortunati solo in una società che promuove il merito.
L’assistenzialismo è conservatore. La promozione del merito è
rivoluzionaria.”…

…”Ma l’Italia può ancora evitare il proprio
declino. Alla condizione di capire che nessuno ha la
bacchetta magica. Che nessun demiurgo, ammesso che
ce ne siano, può salvarci. Solo gli italiani possono salvare
l’Italia. Perciò è indispensabile resistere alle tentazioni
del rifiuto, del disimpegno, dell’antipolitica, del leaderismo
senza sostanza. Al contrario abbiamo tutti bisogno
di attraversare insieme una nuova frontiera di
responsabilità. Di nuovi diritti e di nuovi doveri.
L’Unione di Centro nasce per raggiungere questo obiettivo.
Per proporre una nuova politica: insieme umile e coraggiosa,
responsabile e costruttiva.
Siamo figli di chi, nel dopoguerra, ha permesso che questo
Paese crescesse nella libertà. Adesso la storia ci chiama a un nuova
decisiva prova. Essere i padri di nuove generazioni di liberi e di forti.”

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Per un sistema compiuto


Dicembre 19th, 2008 by Carlo Lazzeroni


novak.jpgdemocrazia.jpgCome sostenuto dal teologo e politologo americano Michael Novak, il sistema politico delle nostre democrazie moderne, quello che lui definisce “capitalismo democratico”,  si basa sulla collaborazione di tre sistemi indipendenti e interdipendenti: il sistema politico, quello economico e quello etico-culturale. 
Se uno di questi aspetti non funziona, non si può avere un sistema democratico compiuto.
Senza libertà in economia non si ha un sistema politico democratico e viceversa, così come non si ha democrazia senza forti riferimenti etico-culturali. Da qui il ruolo fondamentale che dovrebbero ricoprire religioni, le chiese, le associazioni, le scuole, le famiglie, i mass-media. 
Mi pare che il problema maggiore delle nostre società moderne sia proprio, in nome di un crescente pensiero debole e relativismo culturale, quest’assenza di riferimenti etici, che rendono sempre più povere le nostre “ricche” società.  Certo anche il sistema politico ed economico nel nostro paese, così come in altri, può e deve essere migliorato, ma è evidente come l’emergenza vera sia l’abbandono, costante nella nostra società di oggi, di ogni riferimento a valori che possano accompagnare e incidere sulla costruzione dell’agire politico ed economico.  Il Natale, tempo di attesa, potrebbe essere un buon momento per rifletterci di più. 

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