La decisione di rimpatriare i rom presa dal presidente Sarkozy ha fatto molto discutere in questi giorni. A partire da questa scelta e dalle politiche sul tema intraprese a Pisa, mi piacerebbe provare a discutere di questo argomento, così spinoso e complesso, anche per il variegato mondo che costituisce la minoranza etnica dei rom e sinti.
Credo innanzitutto che quanto intrapreso da Sarkozy, condiviso verbalmente anche dal nostro ministro Maroni, sia un passo molto pericoloso che ci fa rivivere una storia di intolleranza, che speravamo di non vedere mai più riproposta in Europa.
Questo rischio di deriva culturale e politica non viene solo da destra ma, a livello locale, è stato intrapreso con azioni concrete anche da amministratori di sinistra: a Pisa infatti lo scorso anno, per limitare e contenere il crescente numero di rom presenti in città e il pericoloso proliferare di campi abusivi, diverse famiglie di rom sono state “aiutate” a lasciare il territorio del Comune con il viaggio pagato e un bonus di uscita di 1500 euro. Ho espresso su queste politiche tutti i miei dubbi “etici”, così come avevo espresso critiche ancora prima alle decisioni portate avanti dalla precedente amministrazione (sempre di centro-sinistra), che aveva messo in piedi il progetto di inclusione sociale denominato “Città sottili”, che proprio in questi giorni si è concluso con la consegna ai rom delle case appositamente costruite. Tale progetto infatti, oltre al censimento dei rom presenti nel territorio e il tentativo di scolarizzazione dei ragazzi, prevedeva la costruzione di una serie di villette a schiera nel campo di Coltano, lo storico e più grande insediamento rom nel Comune di Pisa. Questo progetto all’inizio così tanto decantato dalla sinistra (pisana e non solo), il segretario dei Ds Piero Fassino in televisione a Porta a Porta lo citò come esempio riuscito (sic!) per risolvere il “problema” dei Rom), ha mostrato tutti i limiti di un processo troppo “burocratico”, che tra vari ritardi si sta per concludere oggi tra i malumori e le tensioni del mondo dei rom (molti infatti come era prevedibili rimarranno fuori dagli alloggi, perché il progetto era limitato a quelli presenti in quel campo diversi anni fa quando tale progetto prese avvio) e grossi malumori tra i pisani (è un classico sentire dire tra i cittadini pisani più in difficoltà, con un po’ di cinismo, “l’amministrazione aiuta gli zingari invece di pensare a noi!”).
E comunque è un dato di fatto che il progetto Città sottili, come prevedibile, non risolve la questione dei molti altri rom presenti in città che vivono in altri insediamenti abusivi che nel frattempo si sono costituiti.
Ma al di là delle questioni economiche, a me di questo progetto lasciavano forti dubbi i tentativi di voler integrare e omologare alla nostra cultura quella di popoli ed etnie di così antiche tradizioni e culture che nascono e rimangono nel tempo molto diverse dalle nostre: culture con cui è giusto convivere, ma che non vanno cercate di omologare. Per questo credo che potevano essere utilizzati quei tanti soldi avuti per il progetto città sottili (più di 900 mila euro sono costate soltanto le villette costruite) per un patto diritti-doveri da mettere in piedi con il coinvolgimento dei Rom del territorio.
Questo patto che il sindaco di Pisa doveva portare avanti, insieme naturalmente agli altri sindaci delle città dove esistono grossi insediamenti rom, doveva essere incentrato nell’individuazione di una o più aree per rom, da poi rendere vivibili da un punto di vista igienico-sanitario con roulotte, prefabbricati o costruzioni di legno; da un controllo periodico per la salvaguardia di tali aree e poi si doveva passare con l’aiuto e il coinvolgimento di mediatori culturali, associazioni e magari uno o più figure di riferimento-rappresentanza dei rom (a Roma il sindaco Alemanno ha deciso di delegare un Rom, come persona di propria fiducia per i rapporti con le comunità rom e sinte della Città) per un percorso di convivenza possibile. E questa convivenza passa nel riconoscere e rispettare una cultura come quella nomade, ma chiede allo stesso tempo con forza che in nome di una certa cultura non si sfruttino ad esempio i minori per l’accattonaggio e non si tollerino furti o borseggi che una parte di questi nomadi usano fare con troppa disinvoltura. E per quanta riguarda la doverosa istruzione e scolarizzazione, invece che costringerli a frequentare le nostre scuole, con costi e risultati insoddisfacenti, forse si poteva pensare a predisporre corsi scolastici da fare all’interno dei campi rom.
Costruire insomma un tipo di integrazione e di società più all’americana che alla francese o all’europea, tesa cioè a cercare di fare convivere varie culture esaltandone le differenze, piuttosto che cercare a tutti i costi l’uguaglianza e l’omologazione.
Tra le due opzioni “estreme”, cioè le espulsioni alla Sarkozy (e alla Filippeschi) e il tentativo di inclusione sociale di progetti troppo dispendiosi e farraginosi come quello di Città sottili, mi pare questa una via possibile per coniugare il rispetto delle persone, delle culture e dei popoli con quella di una cittadinanza che chiede sempre di più maggiore sicurezza e il rigoroso rispetto delle regole.
La visita di Gheddafi in Italia ha confermato lo spettacolo imbarazzante, l’ennesimo, a cui il nostro paese è sottoposto, come conseguenza della spregiudicata politica estera, sempre più incentrata sui rapporti unilaterali, che il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi porta avanti.
La seconda visita di Gheddafi in Italia ha celebrato lo storico trattato di amicizia stipulato due anni fa tra l’Italia e la Libia. Lasciando da parte quegli aspetti economici, sociali, di sicurezza e di contenziosi storici da chiudere che hanno contribuito all’accordo, se valutiamo il trattato da un punto di vista storico e giuridico, può essere considerato anche giusto che l’Italia risarcisca per i crimini commessi durante l’occupazione della Libia (può essere anche un precedente positivo nel diritto internazionale che però anche altri Stati responsabili di gravi crimini è auspicabile vogliano seguire). Quello che lascia forti dubbi però è se un accordo del genere possa essere fatto con uno Stato non propriamente democratico, come quello guidato da decenni dal colonnello libico Gheddafi.
Forse sì, ma allora doveva essere incentrato sulla sottoscrizione di un impegno per un maggior rispetto dei diritti umani e dei valori della libertà. E in quel caso già sognavo un Berlusconi prima maniera (quello della discesa in campo per la rivoluzione liberale) che andava a Tripoli e, insieme ai tanti soldi, proclamasse, forse con uno stile un po’ americano, l’esportazione della democrazia in forma pacifica, richiamando il dittatore libico al rispetto dei diritti umani, dei dissidenti politici e della libertà religiosa. E invece sta succedendo esattamente il contrario: come in un incubo, vediamo Gheddafi, per la seconda volta a Roma, diventare il protagonista assoluto di questi incontri bilaterali; prenderci sempre più gusto e, nell’assordante silenzio della maggioranza (anche quella più beceramente anti-islamica), esaltare lo Stato libico contro le decadenti democrazie occidentali, celebrare con pubbliche manifestazioni le conversioni di alcune donne all’Islam, invitare l’Italia e tutta l’Europa decadente a convertirsi alla “Vera e Ultima” religione, tenere lezioni a centinaia di giovani e belle donne e infine chiedere sempre più soldi all’Europa per “riuscire” a contenere l’arrivo di nuovi immigrati in fuga dalle coste libiche. Insomma un vero capolavoro quello che ci fa vivere la diplomazia berlusconiana.
Ma i tre giorni di spettacolo “folkloristico” offerto da Gheddafi, tra i silenzi del governo italiano, ci danno l’occasione anche per fare qualche riflessione su di noi. Infatti i messaggi provocatori, e allo stesso tempo tristemente seri, del colonnello libico fanno inesorabilmente da specchio della nostra società; ad esempio sul valore e il ruolo della donna, così maledettamente simile a quello che sembra offrire gran parte della società italiana e della nostra classe politica.
Così come i tentativi di colonizzazione della religione islamica, se da una parte si scontrano con una democrazia liberale che ha gli anticorpi per tenere a distanza l’impostazione da Stato etico di Gheddafi, dall’altra trovano terreno fertile in una società dove sempre più forte risulta la deriva etica relativista, che renderà sempre più difficile il confronto con le altre culture e le altre religioni, soprattutto quelle emergenti ed “aggressive”; confronto che non è aiutato neppure da una presunta tutela della Cristianità e dei suoi valori, se questa passa attraverso interlocutori assai poco credibili che, con la scusa del crocifisso, seminano i germi della violenza, della xenofobia e dell’intolleranza.
Insomma l’“incubo” che la diplomazia italiana ci ha fatto vivere in questi giorni si porta dietro, insieme allo sdegno crescente per una politica estera di Berlusconi incentrata sempre di più da rapporti stretti e consolidati con i nemici dei diritti umani e della libertà (Putin, Gheddafi e il leader bielorusso Alexander Lukashenko), anche l’occasione per riflettere un po’ meglio su di noi e provare a migliorare: la nostra politica, ma non solo.
Il mondo del calcio si è rimesso in moto in queste ore, con la (grande?) novità della tessera del tifoso.
Abbiamo assistito in questi giorni a veementi proteste degli ultras un po’ in tutta Italia, a divisioni tra tifosi della stessa squadra (nella mia città, Pisa, domenica scorsa si è arrivati allo scontro, prima verbale e poi fisico, tra la minoranza più oltranzista della curva e la maggioranza degli sportivi che ha invece accettato di fare la tessera) e, per finire in bellezza, alla violenta contestazione al ministro dell’interno Maroni, con assalti da parte degli ultras bergamaschi durante un comizio ad una festa leghista. Ma cosa è questa tessera e perché è tanto ostacolata? La tessera del tifoso è una sorta di bancomat personale con cui i tifosi avranno una serie di servizi (acquistare i biglietti in modo più veloce, passare attraverso varchi preferenziali negli stadi, accedere allo stadio anche nei casi di partite soggette a restrizioni per ragioni di sicurezza). Il punto più importante infine è che questa serve necessariamente per assistere ad una partita in trasferta, visto che le società hanno l’obbligo di vendere i biglietti riservati ai settori ospiti esclusivamente ai possessori della tessera del tifoso.Insomma non è una schedatura vera e propria ma poco ci manca. Per questo è chiaramente rifiutata dagli ultras e perché, con questo sistema i tifosi sottoposti alla Daspo non potranno più, contrariamente e quanto avveniva fino ad ora, eludere il provvedimento di divieto ad entrare negli stadi. Insomma questa tessera non sarà la panacea di tutti i mali, ma è un passo avanti per responsabilizzare tutti gli sportivi che vanno allo stadio. E quei tifosi che non hanno niente da temere con la giustizia, forse ci guadagnano qualcosa. Ma questo provvedimento non potrà, da solo, cambiare un sistema calcistico che nel tempo sta diventando insostenibile. Servirà molto altro per provare a mettere in campo quella rivoluzione culturale di cui il calcio avrebbe bisogno. Vediamo alcuni spunti: innanzitutto, l’istituzione di questa tessera dovrebbe bloccare, fin da subito, le decisioni prese dall’Osservatorio Nazionale delle manifestazioni sportive e il Casms (Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive) di negare ai tifosi di una squadra ospite di partecipare ad una trasferta, o di disputare partite a porte chiuse. Questo infatti va proprio contro la nuova filosofia che servirebbe per migliorare il nostro calcio. La politica e le istituzioni che garantiscono la sicurezza dovrebbero, d’accordo con la Figc, avere inoltre maggior coraggio e ridurre drasticamente la militarizzazione della domenica, con intere zone delle città chiuse e blindate per una partita di calcio. Ogni cittadino di buon senso sa, con la crisi in corso e con i problemi di criminalità che abbiamo, che lo sproporzionato numero di forze dell’ordine negli stadi è un costo non più sostenibile, oltre che un affronto allo sport, quello vero. A questo proposito qualcosa si sta muovendo; ad esempio, negli ultimi anni la città di Firenze ha sperimentato la graduale riduzione di impiego delle forze di polizia e solo nelle aree più esterne dello stadio. Su questo tema dovrebbero rischiare di più anche le società calcistiche, che in troppi casi tengono rapporti troppo stretti con i violenti di casa propria. Alle società invece dovrebbe essere affidata, attraverso gli steward, la completa gestione della sicurezza negli impianti, con la polizia soltanto in supporto. Inoltre basterebbe poco per prendere iniziative tese a svelenare il clima tra opposte tifoserie, ad esempio organizzando “terzi tempi” tra tifosi, con punti di accoglienza prima e dopo la gara per i tifosi ospiti. E infine si dovrebbe avere il coraggio di abbattere le barriere degli stadi, da noi troppe volte concepiti come un campo di battaglia, con divisioni e gabbie per i tifosi. In attesa di costruire nuove stadi più adatti ad accogliere bambini e famiglie, che almeno si facciano delle piccole migliorie su quelli vecchi. Se in Inghilterra e in altri paesi europei non esistono divisioni tra tifosi e tra i tifosi e il terreno di gioco, se ai mondiali o agli europei è normale per i tifosi vedere le gare stando fianco a fianco, perché non deve essere possibile, nei nostri stadi, vedere tifosi di squadre avversarie sedere gli uni accanto agli altri? Come in Inghilterra, serve anche da noi il pugno durissimo contro chi sgarra (ricordo che all’interno degli stadi inglesi esistono delle celle dove i tifosi sono messi in attesa di essere arrestati), ma anche una nuova cultura sportiva di vivere il calcio che, guarda caso, viene evidenziato da ogni allenatore italiano che va ad allenare all’estero. Non sarà facile e sarà un processo lungo, ma siamo ad un bivio. La tessera del tifoso deve essere solo un piccolo tassello inserito in una serie di azioni per dare vita ad una nuova era: senza, il calcio sopravvivrà ancora per un po’, ma non avrà un grande futuro.
Editoriale di Angelo Panebianco - Corriere della Sera - 9 agosto 2010
Al termine della votazione sulla sfiducia a Caliendo, un finiano avrebbe esclamato: «È finita la monarchia». È una perfetta descrizione del passaggio dei finiani allo schieramento antiberlusconiano. Non nel senso superficiale di una loro diversa collocazione parlamentare, ma nel senso profondo dell’adesione a una «idea di repubblica» opposta a quella incarnata da Berlusconi.
È dal 1994 che a scontrarsi in Italia non sono solo schieramenti che rappresentano interessi diversi. La violenza verbale che accompagna il conflitto è spiegata dal fatto che a duellare sono idee diverse di repubblica. Sono ben tre e si fronteggiano dagli anni Novanta. Il bipolarismo, però, risolvendo la politica in un confronto fra due soli schieramenti, ha obbligato le fazioni sostenitrici di due di esse a stipulare fra loro un’alleanza strumentale. Nessuna di queste tre idee di repubblica ha fin qui prevalso sulle altre. L’Italia è quindi, dagli anni Novanta, in una condizione di stallo politico. A scontrarsi sono, prima di tutto, la variante berlusconiana della «democrazia plebiscitaria» e la «democrazia acefala» (senza un leader) sostenuta dalla maggioranza dei suoi nemici. C’è poi in campo una terza idea di repubblica, incarnata dalla Lega, e definibile, a seconda dei gusti, federalista, nordista o separatista.
La democrazia plebiscitaria nasce sempre per la comparsa di un capo carismatico. La sua caratteristica è la fragilità. Dipende dalle sorti di un uomo. O trova uno sbocco istituzionale (presidenzialismo, premierato: forme di democrazia che rafforzino il vertice del potere esecutivo) oppure si dissolve quando egli esce di scena. «Plebiscitarismo» è per molti sinonimo di tirannia. In realtà, indica solo il rapporto diretto fra un leader e i seguaci. Può darsi in certi regimi autoritari come nelle democrazie che hanno istituzionalizzato la dimensione plebiscitaria. La democrazia plebiscitaria è «sul piatto» in Italia da quando c’è Berlusconi. Ricchezza, controllo di televisioni e carisma sono state le sue risorse. Ma Berlusconi, a differenza di de Gaulle e di altri capi carismatici, ha fallito (ammesso, ma non è sicuro, che i suoi scopi andassero oltre le situazioni contingenti), non ha saputo dare uno sbocco istituzionale alla democrazia plebiscitaria.
I suoi nemici gli hanno opposto la difesa della democrazia acefala. Se la democrazia plebiscitaria ruota intorno a un singolo leader, la democrazia acefala ha una struttura oligarchica (più capi che si controllano a vicenda). La cosiddetta Prima Repubblica ne è un esempio. In essa i leader che cercavano di elevarsi al di sopra del resto dell’oligarchia (Fanfani, Craxi) suscitavano forti resistenze e venivano prima o poi abbattuti. La Costituzione del ’48, consegnandoci un esecutivo debole, ha dato vita a una forma di «parlamentarismo integrale» (come lo chiamava Gianfranco Miglio) che è un perfetto abito istituzionale per la democrazia acefala. Se i fautori della democrazia acefala sono stati in grado, quanto meno, di resistere al ciclone Berlusconi è perché hanno dalla loro la forza della tradizione e, con essa, il sostegno dei custodi della tradizione, come magistrati e intellettuali.
Si noti un altro aspetto. La democrazia acefala, a differenza di quella plebiscitaria, mal si concilia con il bipolarismo. Il bipolarismo, effetto combinato dell’abbandono della proporzionale e dell’irruzione di un capo carismatico, è fragile perché incompatibile con la tuttora vigente forma istituzionale della democrazia acefala. E’ probabilmente destinato a scomparire quando uscirà di scena Berlusconi. In questa incompatibilità fra bipolarismo e forma istituzionale della Prima Repubblica c’è anche il vizio d’origine del Partito democratico. Nato sulla scia del bipolarismo, può esistere solo grazie ad esso. Ma il conservatorismo costituzionale che impregna la sua cultura politica gli impedisce di puntare a uno sbocco istituzionale (una riforma della Costituzione) che superi la democrazia acefala, mettendo così in sicurezza il bipolarismo.
La terza idea di repubblica è quella leghista. Ha conseguito grandi successi (ha imposto il federalismo come tema prioritario dell’agenda politica) ma non ha ancora ottenuto la vittoria decisiva. Mentre democrazia plebiscitaria e democrazia acefala sono «progetti» nazionali, quella di Bossi è una rivendicazione regionale: il federalismo è la via per dare forza alle regioni del Nord. L’alleanza fra Berlusconi e Bossi e il conseguente compromesso fra due idee di repubblica, plebiscitaria e federalista, sono stati possibili ma non senza tensioni. Basti pensare alla potenziale incompatibilità fra l’individualismo (che è la vera cifra culturale del berlusconismo) e il «comunitarismo» leghista. Questa è anche la ragione per cui non penso che i leghisti possano assorbire facilmente il grosso dell’elettorato berlusconiano del Nord, anche dopo l’eventuale uscita di scena di Berlusconi.
Si potrebbe ora scommettere su una vittoria della democrazia acefala, per quanto mal messi siano i suoi sostenitori. Possiedono la forza della tradizione, un atout che può rivelarsi decisivo dato il fallimento di Berlusconi, la sua incapacità di dare un ancoraggio costituzionale alla democrazia plebiscitaria.
Sarebbe però una vittoria di Pirro. Per tre ragioni. Perché la democrazia acefala può essere resa stabile solo dalla presenza di grandi partiti, forti e radicati. Ma in Italia non li resuscita più nessuno. In secondo luogo, perché necessita di un ambiente internazionale protetto (come era, per l’Italia, quello della guerra fredda, della politica dei blocchi). Nel sistema internazionale fluido e iper-competitivo di oggi la democrazia acefala è poco attrezzata per fronteggiare le sfide. In terzo luogo, perché la nostra storica divisione Nord/Sud si è ormai troppo acutizzata e i conflitti che suscita non possono essere facilmente smussati e sopiti con le tecniche tipiche della democrazia acefala. Lo stallo, il conflitto fra opposte idee di repubblica, è destinato a continuare. Resti o no in scena Berlusconi. Angelo Panebianco
La situazione di emergenza che continuano a vivere le carceri italiane avrebbe bisogno di una vera presa d’atto da parte della classe politica. Un paese civile non può permettere una situazione di sovraffollamento come quello del nostro sistema carcerario, con gli ultimi dati che parlano di oltre 68 mila detenuti, rispetto alla capienza prevista che sarebbe intorno a 43 mila. Sono in continuo aumento i suicidi (siamo arrivati a 38 nel 2010, di fronte a 100 morti in carcere dall’inizio dell’anno), tra cui 4 agenti di polizia penitenziaria. Ogni anno più di 150 detenuti muoiono in cella, di questi 50 o 60 si suicidano: numeri drammatici, pressoché stabili da almeno 20 anni. Insomma, le nostre carceri appaiono sempre più terre di nessuno, dimenticate da tutti, nascoste sotto il tappeto come si fa con la polvere. Cuore non vede, occhio non duole.
In alcuni casi qualche detenuto riesce anche ad evadere tranquillamente, come successo in quello di Lecco e di Pisa. Quest’ultimo, considerato tra i migliori in Italia, ha visto la fuga di due albanesi, calati con le lenzuola, in pieno giorno. Si è scoperto così che non c’erano sorveglianti sulla torre di controllo e nessun tipo di allarme…
Tornando alla situazione insostenibile delle carceri, quello che prevede l’ordinamento penitenziario (legge del 1975) sembra sempre più un miraggio nell’Italia del 2010: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona.[..] Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento é attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti.”
L’ordinamento prevede che il detenuto stazioni in cella la notte per poi trascorrere l’intera giornata in attività di rieducazione, ma ad oggi ci sono carceri in cui i detenuti arrivano a trascorrere anche 20-22 ore al giorno chiusi in una cella, spesso sovraffollata, dove è possibile soltanto stare in branda ad aspettare che il tempo passi in fretta. C’è poi da vergognarsi se si guardano i dati sulla custodia cautelare in Italia, confrontandoli con le cifre di altri paesi europei. Più del 50% dei detenuti si trova in carcere per effetto di custodia cautelare : cioè non sono ancora stati giudicati colpevoli, ma per l’abuso di questa misura che dovrebbe essere eccezionale, stanno attendendo il processo in carcere.
È difficile credere che molte carceri possano anche solo pensare di attuare un programma di reinserimento. Mancano i fondi e il personale.
Le promesse di Berlusconi sulla costruzione di nuovi carceri appaiono sempre più lontane e anche il piano del ministro Alfano teso ad alleggerire le carceri, in attesa di costruirne di nuove, sembra trovare delle resistenze in commissione giustizia.
E’ per questo che nei giorni scorsi un liberale come Luigi Compagna, senatore del PDL, ha presentato una proposta di legge, subito smentita dall’ala più giustizialista, maggioritaria, di quel partito.
La situazione di emergenza che si continua a vivere nelle carceri in Italia potrebbe portare anche ad una nuova esigenza del genere anche se appare in salita visto le polemiche politiche “strumentali” seguite all’ultimo “indultino” del 2006, che fu approvato da una maggioranza trasversale con il solo no di Lega Nord, Alleanza Nazionale e Italia dei Valori (e l’astensione dei Comunisti del PDCI). Oggi con il dominio leghista al governo sarebbe impensabile un provvedimento del genere, che comunque lascia qualche dubbio sull’efficacia, visto anche i risultati prodotti (dopo appena un paio di anni eravamo a punto e a capo).
La prospettiva vera dei prossimi anni dovrebbe essere incentrata per trovare il modo di dare vita ad una nuova concezione delle strutture carcerarie che dovrebbero essere costruite su piccole dimensioni e trovando il supporto e il coinvolgimento dei privati e delle associazioni no profit, più adatte ad attuare al meglio il recupero e il reinserimento delle persone che hanno compiuto reati.
Nel frattempo è ovvio che le guardie penitenziarie andrebbero aumentate di diverse unità, così come sarebbe auspicabile ridurre i termini di custodia cautelare per i reati meno gravi, aumentato il ricorso alla misure alternative alla detenzione, come l’adozione di procedure di controllo mediante strumenti elettronici o altri dispositivi tecnici (come il braccialetto elettronico) che hanno finora funzionato bene in molti paesi europei. Così come, laddove possibile, andrebbe messa in atto la procedura secondo la quale almeno una parte dei detenuti stranieri sconti la pena nelle carceri del proprio paese d’origine. Così come i condannati a pene inferiori a 3 anni (che sono 20 mila circa) potrebbero essere affidati ai servizi sociali e impiegati in lavori socialmente utili. Oltre che evitare l’affollamento record che stiamo vivendo, questo porterebbe un risparmio economico notevole, visto che dei circa 160 euro al giorno spesi per detenuto, solo 8 euro sono destinati al vitto e alla salute; il resto sono spese che riguardano manutenzione dei fabbricati, gestione ordinaria e personale.
Speriamo che la politica abbia un sussulto e trovi finalmente la volontà politica per dare vita ad una seria programmazione del sistema di detenzione, per migliorarne la vivibilità assicurando la doverosa sicurezza dei cittadini. Sicurezza che deriva innanzitutto dalla capacità di recuperare coloro che hanno sbagliato e purtroppo, con il sistema attuale, sono portati a continuare a delinquere una volta usciti dal carcere, quando non ricorrono al gesto disperato di farla finita.
Ieri la Giunta Regionale, guidata da Enrico Rossi, ha dato il via libera alla modifica del Pit, atto che dà il via all’iter per la costruzione della nuova pista a Peretola, che aprirebbe nuovi scenari nell’offerta aeroportuale della toscana. Si tratta anche di una svolta politica nella sinistra toscana, fortemente voluta dal sindaco Renzi e che ha trovato in Rossi l’alleato essenziale, dopo anni in cui la maggioranza regionale risultava scettica e contraria a tale opzione. Naturalmente siamo all’inizio di un percorso difficile con un progetto che dovrà superare la valutazione di impatto ambientale e le resistenze politiche della sinistra radicale e anche in molti esponenti del Pd, tra cui lo scettico presidente della Provincia di Firenze Barducci e i contrari sindaci di Campi e Sesto.
Allo stesso tempo Rossi ha iniziato a parlare con forza di trovare forme di collaborazione stretta e magari di gestione unica dei due aeroporti toscani. Queste proposte sono da tempo in campo e trovano anche ampie convergenze: il punto è capire cosa vuol dire e come si fanno. Specialmente ora, con questa novità della pista fiorentina, che in qualche modo potrebbe cambiare la situazione di forza tra i due maggiori aeroporti toscani, il Peretola e il Galilei di Pisa.
Ma vediamo innanzitutto un po’ di numeri che riguardano gli aeroporti italiani, con i dati riferiti al 2009, comparati anche con quelli del 2008. In questa classifica Roma Fiumicino è sempre prima (33.415.945 passeggeri ma con -4% rispetto al 2008), seguita dai due di Milano (Malpensa con -8,8% rispetto al 2008) e da Milano Linate (-10,5%). Al quarto posto c’è Bergamo (+9,7%). A seguire Venezia (-2,8%), Catania (-1,9%), Napoli (-5,1%), Bologna (+15, 5), Roma Ciampino (-0,4%) e Palermo (-1,6%).
In queste prime dieci posizioni gli unici a crescere rispetto al 2008 sono Bergamo e Bologna, grazie alla forte crescita dei voli low cost. E’ quello che è successo anche al Galilei di Pisa che in questa classifica del 2009 (un anno difficile anche per le compagnie aeree e gli aeroporti) risulta fuori dalle prime dieci posizioni, ma continua a crescere anche se la concorrenza di Bologna, (non di Firenze), inizia a farsi sentire grazie a scelte politiche e infrastrutturali che in Toscana non sono state fatte e di cui invece Bologna ha goduto, grazie ai tempi di percorrenza ferroviaria della Tav.
I dubbi derivanti dall’ operazione della nuova pista di Peretola quindi ci sono tutti perché il rischio è di togliere in qualche modo un presente positivo per Pisa (e anche per Firenze), sicuramente da migliorare, per un futuro ancora da realizzarsi e da quantificare nei volumi, nei passeggeri e nei guadagni complessivi, in favore principalmente di Peretola. E’ impossibile e indimostrabile, grazie alla nuova pista, arrivare a dire infatti che ci sarà un aumento di milioni di passeggeri in più sia per Pisa che per Firenze.
L’analisi dell’esistente ci mostra inoltre una serie di fattori importanti: che l’utente di Peretola deve pagare delle tasse aeroportuali più alte rispetto a Pisa; che Pisa e Firenze distano solo 81 chilometri per ferrovia e questa però non si riesca a percorrere in un tempo europeo al di sotto dei 45 minuti; che nel raggio di 100 km da Firenze, oltre a Peretola e a Pisa, c’è appunto la concorrenza di Bologna a 97 km, servita in Alta Velocità; che una nuova pista a Peretola – se dovesse arrivare a 3-4 milioni di passeggeri come sarebbe auspicabile - renderebbe l’aria irrespirabile in un’area di Firenze che risulta congestionata di opere pubbliche e private (Castello, Parco della Piana, Università, nuovo stadio multi sportivo, Scuola Carabinieri) in corso d’opera.
Insomma forse sarebbe stato meglio, come molti osservatori chiedono da tempo, che la politica toscana agisse, sempre in un’ottica di integrazione, per creare una rete seria di collegamento tra il capoluogo e il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa, con un servizio vero di navetta tra la stazione Centrale di Pisa e il Galilei e un collegamento serio e veloce con Firenze (di max. 45 minuti) Santa Maria Novella e il Peretola.
E’ l’opinione anche di una voce autorevole in materia come quella di Giulio De Carli, amministratore delegato di One Works, che ha elaborato per conto di Enac e del ministero dei trasporti, il nuovo piano nazionale degli aeroporti. Da quanto si evince da questo studio, molti aeroporti (ben 24) non potrebbero più stare sul mercato e dovranno essere chiusi o drasticamente ridimensionati perché hanno un bacino di traffico insufficiente o vincoli infrastrutturali insuperabili. A questi scali lo Stato non dovrebbe più fornire nessun aiuto o sostegno finanziario, promuovendo lo spostamento del traffico verso scali più efficienti. La conclusione principale di policy del piano è quella di fare sistema a livello nazionale e a livello di macro-aree, invitando gli enti locali a fare scelte impopolari per evitare sprechi per scali che sono mal collocati, mal collegati e sottocapitalizzati. Altolà alla polverizzazione aeroportuale e alle guerre di campanile insomma.
E a proposito di Toscana, De Carli qualche mese fa dichiarava queste cose:
“Una pista più lunga per l’aeroporto di Firenze parallela all’autostrada? Sono contrario a forzare le situazioni. E’ bene che gli aeroporti crescano in maniera armonica e quello fiorentino ha due limiti forti nella montagna da un lato e nell’autostrada dall’altro.
Pisa? Eccellenza in Europa. Entrambi gli scali hanno lavorato bene in questi anni. Firenze ha un futuro radioso ma da scalo per affari, una sorta di London Airport in riva all’Arno…
Non si ragiona per aeroporti e campanili, ma per aeroporti, bacini di traffico e livelli di servizio che le infrastrutture devono offrire alla popolazione. La scelta di Pisa come aeroporto principale della Toscana non è stata una scelta sbagliata perché Firenze ha dei limiti infrastrutturali che sono sotto gli occhi di tutti e non è conveniente nè per chi gestisce l’aeroporto nè per gli utenti forzare l’attuale situazione. Firenze e Pisa sono aeroporti che devono svolgere il loro ruolo in modo coordinato per garantire la disponibilità di infrastrutture che servono al bacino di traffico. Se il bacino è sbilanciato su Firenze bisogna collegarlo meglio a Pisa. Ma a Pisa c’è un aeroporto che sta in una condizione ambientale più favorevole a far volare e a gestire i passeggeri.
Un’ora? Distanza europea. Il vero problema sono la qualità dei servizi con i quali si accede all’aeroporto. Il treno che garantisce l’accesso allo scalo pisano non offre certo un servizio di qualità e quindi su questo punto occorre lavorare.”
In conclusione se il pisano Rossi nei prossimi cinque anni avesse portato a compimento questa integrazione di cui parla anche De Carli, invece di dare l’ok alla nuova pista di Peretola, avrebbe probabilmente fatto crescere veramente il sistema aeroportuale toscano a beneficio di tutti i cittadini, fiorentini compresi. Speriamo di sbagliarci.
La decisione del Tar di accogliere i ricorsi presentati dalla Bresso sulle presunte irregolarità di alcune liste che appoggiavano il governatore Cota, mi pare che rischi di portare a vivere l’ennesimo pasticcio all’italiana. Il Tar ha fatto, probabilmente, il proprio dovere secondo le norme: ma il problema in questo caso sarebbe tutto politico e del sistema su cui una democrazia si regge.
Se ci sono state, e questo sicuramente è successo, irregolarità nella presentazione delle liste, queste andavano sicuramente fermate: ma prima, non dopo le elezioni.
Dopo il regolare esercizio del voto, si possonoricontare le schede, ma solo se ci sono state delle irregolarità sull’espressione di voto. Questo non è avvenuto nel caso in oggetto ed è assurdo mettere in dubbio un’elezione, togliendo voti a quei cittadini che hanno espresso la preferenza per delle liste che chiaramente erano collegate al candidato presidente Roberto Cota.
Queste non dovevano trovarsi sulla scheda elettorale: ma se ci sono, come si fa ad annullare quei voti correttamente espressi dai cittadini? Vedremo quale decisioni saranno prese nei prossimi mesi, ma il criterio finora adottato credo che indebolirebbe la nostra democrazia. Ricordiamo tra l’altro quello che successe negli Stati Uniti nelle elezioni contestate del 2000 tra Bush e Al Gore, con il decisivo voto in Florida. In quel caso emersero forti irregolarità nel processo di voto ma, di fronte alla decisione della Corte Suprema di non ricontare i voti perché i tempi sarebbero stati troppo lunghi per la proclamazione, lo sconfitto Al Gore accettò quella decisione e, dal giorno dopo, la democrazia americana si mise in moto come nulla fosse accaduto.
Nel caso del Piemonte il risultato è chiarissimo e non può essere messo in dubbio per delle irregolarità commesse dai presentatori delle liste. Chi si è reso colpevole di chiare irregolarità andrà multato e perseguito a norma di legge. Si può anche pensare di revocare il seggio di consigliere regionale eletto in quelle liste, dandolo ad altre liste che appoggiavano lo stesso candidato presidente. Ma mettere in dubbio la vittoria di Cota e della sua maggioranza ricontando le schede (con una forzatura si vorrebbe rendere valido il voto solo se espresso al candidato presidente quando era possibile invece per l’elettore dare il voto solo alla lista che automaticamente andava anche al presidente collegato) oppure fare ripetere le elezioni sarebbero una ferita alla nostra democrazia. Evitatecela.
Spunti interessanti da questa intervista, pubblicata da City, a Giuseppe Faso, autore del ”lessico del razzismo democratico”. Il suo centro interculturale aiuta le scuole ad insegnare l’italiano ai bimbi di origine straniera.
Non fosse una cosa seria, potremmo dire che siamo alle comiche finali, o meglio allo sbando più completo. Di fronte al crescente sentimento dell’antipolitica, spesso giustificato, il governo Berlusconi tocca il fondo. Da un giorno all’altro si è inventato il ministero dell’attuazione del federalismo, qualcuno dice per arginare lo strapotere della Lega. Strano però, perché il ministro individuato, Aldo Brancher, sottosegretario con delega alle Riforme, da anni è considerato l’uomo di Forza Italia e del PDL più vicino alla Lega.
Per giorni sembra di assistere ad un teatrino con Bossi e la Lega che si lamentano di questa operazione insieme a Tremonti e a molti uomini del PDL (e non solo i “soliti finiani”), che attaccano apertamente l’idea di questo nuovo ministero. Berlusconi però va avanti e qualche giorno fa Brancher diventa ministro; poi il “fattaccio”, quando a poche ore di distanza dal giuramento di fronte al presidente della Repubblica, il neo ministro dichiara di volersi avvalere del legittimo impedimento (Brancher è indagato per appropriazione indebita nel processo della Banca Antonveneta che si sta tenendo in questo periodo). E questo fa emergere con brutale e disarmante chiarezza il perché di questo nuovo ministero creato, è il caso di dirlo, ad personam. Meno male che il Presidente della Repubblica risponde in maniera perentoria al Ministro opponendosi a questa manovra perversa e costringendolo ad una sorta di marcia indietro. Certo è che questa classe dirigente sembra sempre più chiusa in se stessa e incapace di riformarsi, arrivando così ben presto a decretarne la propria fine. Il punto è che di fronte a tale sfrontatezza si rischia anche di compromettere la credibilità della democrazia, della politica tutta, della separazione dei poteri. Credo che reagire con forza sia necessario e la richiesta della mozione di sfiducia nei confronti del ministro sia un atto dovuto. In uno Stato di diritto sarebbe il minimo.
Lunedì è stata una giornata molto triste per coloro che sperano nel processo di pace in Medio Oriente. Molto triste, innanzitutto, perchè in un blitz evitabile, compiuto in acque internazionali, sono rimaste uccise delle persone e perchè la democrazia israeliana conseguentemente si trova ancora più isolata. L’ho difesa spesso in passato nelle proprie azioni, anche in quelle ”forti”, per due ragioni principali: in nome della salvaguardia della sua sicurezza e per il fatto che è uno Stato che nasce per dare una patria a coloro che avevano subito un’immane tragedia per colpe “nostre”. Da lunedì però è la democrazia israeliana e i suoi amici sono più deboli così come, nel fronte opposto, chi cerca la via della convivenza pacifica tra due popoli e due Stati e non la sua cancellazione.
E per poter giustificare un’azione scellerata come quella vista lunedì non basta dire che le navi di “pacifisti” avevano collusioni con Hamas e non erano composte solo di autentici pacifisti (che sono in generale una rarità) e che molto probabilmente insieme a cibo e viveri portavano anche armi. Come dice Bernard-Henri Levy nell’articolo che allego sotto “schierarsi con lo Stato degli ebrei implica il dovere di criticarne gli errori”. E anche per questo, credo che il governo italiano, da amico di Israele, poteva astenersi, invece di votare contro, nella mozione approvata dall’Onu che chiedeva una commissione d’inchiesta internazionale: del resto l’azione spropositata è avvenuta in acque internazionali…